Agenzia Hawzah News – Presentiamo di seguito un’altra parte della serie «Un’introduzione alla conoscenza dell’Islam», che attraverso un linguaggio chiaro e accessibile offre ai lettori — in particolare ai giovani — gli strumenti essenziali per approfondire la conoscenza della religione islamica, dei suoi insegnamenti e della sua visione dell’essere umano e della società.
La sharia islamica
La legge, ossia l'insieme delle norme che regolano la vita sociale, accompagna l'essere umano fin dai tempi più antichi. Grazie alla propria ragione, l'uomo ha compreso che la convivenza richiede l'esistenza di regole, affinché il disordine sia ridotto al minimo. Oltre alle norme che disciplinano la vita sociale, ogni individuo osserva anche regole che riguardano la propria sfera privata e personale, e non ritiene ammissibile oltrepassare determinati limiti neppure nell'ambito più intimo della propria esistenza.
Nella cultura religiosa, la legge è conosciuta con il nome di sharia: l'insieme delle norme che Dio l'Altissimo ha stabilito e promulgato per i Suoi servi nell'ambito di uno specifico sistema di credenze, trasmettendole attraverso i Libri celesti e i Profeti. Le norme della sharia, che riguardano principalmente il comportamento e le azioni dell'essere umano, più che le sue convinzioni interiori, costituiscono il quadro divino della vita religiosa, sia individuale sia collettiva, conferendo sacralità alla vita quotidiana.
In realtà, la sharia è concettualmente più circoscritta della religione, poiché rappresenta l'insieme delle norme destinate a regolare i rapporti individuali e sociali all'interno della comunità. La religione, invece, costituisce il metodo divino universale rivolto a tutta l'umanità. Per questo motivo, alcune norme della sharia possono variare in base al tempo e al luogo, mentre la religione, intesa come via universale di Dio, non è soggetta a mutamento.
Naturalmente, nel corso della storia dell'umanità, Dio ha rivelato diverse sharia alle differenti comunità e generazioni. Tra tutte, però, il Corano descrive, con espressioni diverse, le caratteristiche della più elevata sharia celeste nel modo seguente:
-
«Dio non grava nessuno se non di ciò che è nelle sue capacità».[1] La prima caratteristica della sharia islamica è che le sue norme sono commisurate alle capacità e alle possibilità ordinarie dell'essere umano: in essa non vi è alcuna imposizione che ecceda le forze umane. «E [Dio] non vi ha imposto nella Religione alcuna difficoltà».[2] Per questo motivo, quando, a causa di particolari condizioni o circostanze, l'adempimento di una norma diviene eccessivamente gravoso per il soggetto obbligato, tale norma viene sospesa ed egli ne è dispensato; è il caso, ad esempio, del digiuno, che non è obbligatorio per chi è malato.
-
Le norme della sharia si rivolgono a tutti gli individui dotati di ragione (ʿāqil) e giunti alla maturità (bāligh), i quali sono tutti uguali di fronte ad esse, senza distinzione tra uomo e donna, bianco e nero, ricco e povero. Il Corano sottolinea in modo particolare, attraverso numerosi versetti nei quali entrambi i sessi sono esplicitamente interpellati, che le sue prescrizioni riguardano indistintamente uomini e donne. Afferma infatti: «In verità, i musulmani e le musulmane, e i credenti e le credenti, e gli obbedienti e le obbedienti, e i sinceri e le sincere, e i pazienti e le pazienti, e gli umili e le umili, e i beneficenti e le beneficenti, e i digiunatori e le digiunatrici, e i casti e le caste, e quelli che ricordano molto Dio e quelle che ricordano [molto Dio], ad essi Dio ha preparato perdono e grande mercede».[3]
-
Secondo la sharia islamica, il Legislatore — cioè Dio — ha stabilito cinque categorie di norme per l’essere umano: obbligatorio (wājib), raccomandato (mustaḥabb), proibito (ḥarām), sconsigliato (makrūh) e permesso (mubāḥ). Tali norme comprendono un’ampia gamma di ambiti della vita umana, dalle questioni etiche e spirituali fino a quelle alimentari. Ad esempio, tutti gli atti obbligatori nella vita individuale e sociale — come la salvaguardia della salute fisica e spirituale, la buona condotta, le preghiere quotidiane, il sostegno economico alla famiglia (nafaqa), la zakāt e l’attuazione della giustizia — rientrano tra le prescrizioni fondamentali della sharia islamica. Quanto alle azioni raccomandate, esse non sono obbligatorie, ma vengono compiute per ottenere il compiacimento di Dio e comportano una ricompensa sia in questa vita sia nell’altra; tra esse vi sono, ad esempio, la costruzione di una moschea, il compimento di preghiere e atti di adorazione oltre il minimo obbligatorio, l’altruismo e il sacrificio di sé, e simili.
La categoria degli atti proibiti o vietati comprende tutte le azioni la cui esecuzione comporta una punizione, come l’omicidio, l’adulterio, il furto, il consumo di carne di maiale, il consumo di sangue, l’uso di bevande alcoliche, il gioco d’azzardo e simili. L’atto sconsigliato (makrūh) è quello la cui astensione è preferibile rispetto alla sua esecuzione. Chi compie un atto makrūh non è soggetto ad alcuna punizione secondo la legge religiosa; tuttavia, chi vi rinuncia beneficia della grazia divina. Un esempio è il divorzio, che, pur essendo considerato permesso, è definito «l’atto lecito più detestato» ed è quindi considerato makrūh agli occhi di Dio. Infine, l’atto permesso (mubāḥ) è quello che l’essere umano può compiere o evitare con pari libertà. Un esempio evidente riguarda gli alimenti, che il Corano ha dichiarato leciti o ḥalāl per i musulmani. Poiché molti musulmani vivono in Occidente, il termine ḥalāl, riferito ai prodotti alimentari, è entrato nel vocabolario quotidiano inglese con il significato di «permesso». In generale, si può dire che ogni azione che non rientra in una delle quattro categorie precedenti, purché non arrechi danno all’individuo o alla società, è considerata permessa (mubāḥ).
Le componenti pratiche fondamentali della sharia, conosciute come «rami della religione» (furūʿ al-dīn), sono: la preghiera (ṣalāt), il digiuno (ṣawm), la quinta (khums), la decima (zakāt), il pellegrinaggio (ḥajj), il jihād, l’ordinare il bene (al-amr bi-l-maʿrūf), il proibire il male (al-nahy ʿan al-munkar), l’amicizia con gli amici di Dio (tawallī) e l’inimicizia verso i nemici di Dio (tabarrī).
Nelle pagine che seguono, questi precetti fondamentali verranno illustrati in modo sintetico.
a) La preghiera: incontro con il Creatore Misericordioso
«Coloro che, in piedi, seduti e [coricati] sui fianchi ricordano Dio e meditano sulla creazione dei cieli e della terra, [dicendo]: “Signore nostro, non hai creato [tutto] questo invano. Tu sei puro [immune da qualsiasi difetto]! Preservaci dunque dal castigo del Fuoco”».[4]
«Gli stessi che hanno creduto, e i cui cuori si placano con il ricordo di Dio. Badate! [solo] con il ricordo di Dio si placano i cuori».[5]
Nel momento della preghiera, l’essere umano percepisce la propria esistenza, infinitamente fragile, dinanzi al suo Creatore, infinitamente grande e misericordioso, e Gli chiede di unire questa piccola goccia all’oceano sconfinato, questa particella insignificante e smarrita alla galassia della speranza e della spiritualità divina. La preghiera è l’espressione del bisogno dell’amante dinanzi al suo Amato divino. È il porsi al cospetto di Dio per rinnovare il patto della servitù, per coltivare l’umiltà, liberarsi dall’arroganza e dal culto di sé e rinascere interiormente, così da orientare nuovamente ogni intenzione e ogni azione verso il bene.
Tra le pratiche devozionali dell’Islam, la preghiera è la più importante e la più alta forma di invocazione. Dio ne ha insegnato le modalità di esecuzione a tutti i Suoi Profeti, e i credenti le hanno apprese attraverso di loro. Nel Corano sono numerosi i versetti che ricordano la preghiera dei Profeti divini:
Il Profeta Abramo disse a Dio: «Signore mio, fammi attento alla ṣalāt, e fa' che lo siano anche tra la mia progenie. Signore nostro, accetta la mia prece!».[6]
Dio Altissimo, a proposito del Profeta Ismaele — figlio di Abramo e fratello del Profeta Isacco — afferma: «Ed egli ordinava alla sua famiglia [di eseguire] la ṣalāt e [di dare] la zakāt, ed era sempre gradito presso il suo Signore».[7]
Riguardo al Profeta Mosè si legge: «Io sono invero Dio! Non v’è dio se non Io, adoraMi dunque, ed ergi la ṣalāt per ricordarMi».[8]
A proposito del Profeta Zaccaria è detto: «Ebbene, gli angeli lo chiamarono mentre stava ritto in ṣalāt nel tempio...».[9]
Riguardo al Profeta Gesù si legge: «E mi ha reso benedetto ovunque io sia, e mi ha prescritto [di eseguire] la ṣalāt e [di dare] la zakāt finché sarò vivo».[10]
La ṣalāt (preghiera rituale) è obbligatoria per tutti gli uomini e le donne a partire dalla pubertà[11] fino alla morte. Più volte al giorno, dai minareti delle moschee, risuona il profumato richiamo dell’adhān, con il quale i musulmani si annunciano reciprocamente che è giunto il momento dell’incontro con il Signore. Le preghiere quotidiane, composte da diciassette unità rituali, vengono compiute in cinque momenti: all’alba, a mezzogiorno, nel pomeriggio, al tramonto e alla sera. Dopo aver udito la voce dell’adhān, i credenti si affrettano verso la migliore delle azioni e la salvezza eterna; compiono l’abluzione con acqua pura per liberarsi dalla polvere del culto di sé e trasformarsi in uno specchio di devozione e nobiltà d’animo. Indossando abiti puliti e sostando su un luogo puro, si rivolgono verso la Kaʿba — la direzione della preghiera dei fedeli, situata nella città sacra della Mecca — e si pongono in preghiera. Durante la preghiera, ogni credente si trova direttamente, senza alcun intermediario, al cospetto del Dio Altissimo. È raccomandato che, quando i fedeli sono due o più, la preghiera venga celebrata in forma comunitaria, sotto la guida di un imam, affinché tutti insieme, con un solo cuore e una sola voce, lodino Dio con maggiore solennità. Nel corso della preghiera, i musulmani recitano la prima sura del Corano, chiamata al-Fātiḥa, che racchiude numerosi insegnamenti etici e dottrinali.
A testimonianza della grandezza e dell’efficacia spirituale della Sura al-Fātiḥa, basti sapere che i musulmani la recitano almeno dieci volte al giorno nella ṣalāt. In una tradizione islamica si riporta che Dio dice: «Fra tutte le sure e le parole divine, ho diviso la Sura al-Fātiḥa tra Me e il Mio servo: metà è per Me e metà è per lui. E ogni cosa che il Mio servo chiede, gliela concedo. Quando dice “Col Nome di Dio, il Misericordioso, il Benevolo”, Io dico: il Mio servo ha iniziato nel Mio nome, e Mi è doveroso portare a compimento le sue azioni e riversare le Mie benedizioni su di lui. Quando dice “La lode spetta solo a Dio, Signore delle Creature dell’Universo”, Io dico: il Mio servo Mi ha lodato e ha riconosciuto che ogni bene che possiede proviene da Me, e che le tribolazioni che gli sono state rimosse sono state rimosse da Me. Ora, o angeli, siate testimoni che ho accresciuto per lui le benedizioni del mondo e dell’aldilà, e ho rimosso le sue tribolazioni nell’altra vita, così come rimuovo quelle terrene. Quando dice “Il Misericordioso, il Benevolo”, Io dico: il Mio servo ha testimoniato che sono davvero Misericordioso e Benevolo. Vi prendo a testimoni che gli concedo una parte abbondante della Mia Misericordia e una porzione infinita dei Miei doni. Quando dice “Padrone del Giorno del Giudizio”, Io dico: siate testimoni che, poiché ha riconosciuto che Io sono il Padrone del Giorno del Giudizio, renderò facile il suo rendiconto, accoglierò le sue buone azioni e perdonerò le sue colpe. Quando dice “Te solo adoriamo”, Io dico: il Mio servo ha detto il vero e ha adorato solo Me; siate testimoni che gli concedo la ricompensa della sua adorazione, una ricompensa tale che chiunque abbia adorato in modo diverso proverà invidia per lui. Quando dice “E a Te solo chiediamo aiuto”, Io dico: ha chiesto aiuto a Me e si è rifugiato in Me; siate testimoni che lo aiuterò nelle sue azioni, lo soccorrerò nelle difficoltà e lo sosterrò nel Giorno del Giudizio. E quando dice “Guidaci sulla Retta Via” fino alla fine della sura, Io dico: queste parole appartengono al Mio servo, e Io ho esaudito la sua richiesta: tutto ciò che desidera sarà suo. Ha sperato, e Io gli ho donato; ha temuto, e Io l’ho rassicurato»[12].
Questa forma di adorazione, e la sua osservanza nel tempo prescritto, è talmente apprezzata da Dio che l’Imam Ali (A), rivolgendosi a uno dei suoi governatori, disse: «Compi la ṣalāt nel suo tempo prescritto e non affrettarti a eseguirla solo quando sei libero, né rimandala quando sei occupato. Sappi che tutte le tue azioni dipendono dalla tua ṣalāt»[13].
A proposito dell’effetto della ṣalāt nel perdono dei peccati, si narra che un giorno un musulmano era seduto sotto un albero insieme a Salmān al-Fārsī, uno dei più intimi compagni del Profeta (S). Salmān prese un ramo secco e lo scosse finché tutte le foglie caddero. Poi si rivolse al suo amico e disse: «Non mi hai chiesto perché l’ho fatto?». L’uomo rispose: «Dimmi, voglio sapere cosa intendevi». Salmān disse: «È ciò che fece il Messaggero di Dio (S). Un giorno, mentre eravamo seduti sotto un albero alla sua presenza benedetta, il Profeta (S) scosse un ramo secco e, dopo che le foglie caddero, mi chiese: “O Salmān, non mi chiedi perché l’ho fatto?”. Io risposi: “Ditemi, o Messaggero di Dio, perché l’avete fatto?”. Egli disse: “Quando un musulmano compie l’abluzione con cura e poi compie le cinque preghiere quotidiane, i suoi peccati cadono, proprio come cadono le foglie dell’albero”»[14].
Occorre ricordare che la ṣalāt deve essere compiuta con consapevolezza e volontà autentica, non per semplice imitazione. Un atto di culto così elevato e un dovere tanto importante non si riduce certo alla sola recitazione di formule divine e all’esecuzione di inchini e prosternazioni. La ṣalāt racchiude segreti, simboli, insegnamenti, messaggi e ammonimenti, la cui comprensione conferisce alla pratica un effetto profondo e reale. La purezza e la purificazione, che ne costituiscono il preludio, riflettono in verità la purezza interiore ed esteriore dell’essere umano, preparando il terreno per la sua felicità e quella della società. La ṣalāt è un’introduzione all’elevazione dell’anima attraverso le virtù e le qualità elevate: dall’abluzione e dall’uso del profumo prima della preghiera, al distacco dal peccato, alla pratica del bene e all’adesione a una nobile condotta etica dopo la preghiera.
b) Il Ramadan, mese di Dio, e il digiuno: l’adorazione più sincera dell’essere umano
«O voi che avete creduto, v’è stato prescritto il digiuno, come fu prescritto a coloro che [furono] prima di voi. Forse così diverrete timorati [di Dio]!».[15]
«Il mese di Ramadan, in cui è stato fatto discendere il Corano, retta guida per gli uomini, e chiare prove di retta guida e distinzione [fra vero e falso]. Ebbene, chiunque di voi ‘vedrà’ questo mese, dovrà digiunare nei suoi giorni; chi invece sarà malato o in viaggio, dovrà digiunare, in altri, lo stesso numero di giorni. Dio vuole per voi l’agio, non il disagio, affinché completiate il numero [dei giorni di digiuno] e magnifichiate Dio per avervi guidato [alla retta via]. Forse così [Gli] sarete grati».[16]
Benché tutti i momenti, i giorni e i mesi siano creature di Dio e appartengano a Lui, e benché gli esseri umani usufruiscano costantemente dei doni materiali e spirituali, in realtà, del banchetto divino sempre aperto, il mese di Ramadan possiede un privilegio particolare, poiché tutti i grandi Libri celesti, incluso il Corano — libro di guida e orientamento per tutta l’umanità — sono stati rivelati in questo mese e poiché in esso si compie il grande dovere divino del digiuno (ṣawm). Il Nobile Profeta dell’Islam (S) disse riguardo alle caratteristiche speciali di questo mese:
«O gente! Il mese di Dio, colmo di benedizione, misericordia e perdono, si è rivolto a voi. È il mese più eccelso presso Dio: i suoi giorni sono i migliori giorni, le sue notti le migliori notti, le sue ore le migliori ore. In questo mese siete stati invitati alla mensa divina e siete tra coloro che Dio onora. Il vostro respiro in questo mese è considerato lode e ricordo di Dio, e il vostro sonno è adorazione. Le vostre azioni in questo mese sono accettate, e le vostre invocazioni esaudite. Chiedete dunque a Dio, con intenzioni sincere e cuori puri, di concedervi la grazia di digiunare e recitare il Corano in questo mese. Sventurato e lontano dalla felicità è colui che, in questo grande mese, resta privo della misericordia e del perdono divino. Con la vostra fame e sete in questo mese, ricordate la fame e la sete del Giorno del Giudizio. In questo mese, soccorrete e donate ai bisognosi e agli indigenti. Onorate i vostri anziani, siate gentili con i vostri bambini, mantenete i legami con i vostri parenti e rafforzate i rapporti con loro. Custodite le vostre lingue dal peccato e dalle parole vane. Distogliete gli occhi da ciò che non è lecito guardare, e chiudete le orecchie a ciò che non è lecito ascoltare. Mostrate affetto e misericordia verso gli orfani, affinché dopo di voi si abbia misericordia verso i vostri orfani. Tornate a Dio con pentimento per i vostri peccati. Al momento della preghiera, alzate le mani in supplica, poiché queste ore sono le migliori in cui Dio, il Possente e il Glorioso, guarda con grazia e misericordia verso i Suoi servi: se Lo invocano, risponde; se Lo chiamano, risponde al loro appello; se Lo supplicano, esaudisce la loro richiesta».[17]
Il Profeta Muhammad (S) disse: «Dio ricompensa ogni buona azione dei figli di Adamo da dieci a settecento volte, eccetto il digiuno, [riguardo al quale Egli dice]: “Esso è per Me, e sono Io a darne la ricompensa, poiché il Mio servo ha abbandonato i desideri, il cibo e le bevande per compiacere Me”. Il digiunante proverà gioia in due momenti: al momento dell’ifṭār e quando giungerà alla presenza del Signore. L’odore della sua bocca è, presso Dio, più gradevole del muschio e dell’acqua di rose. Il digiuno di Ramadan è uno scudo contro il fuoco dell’Inferno. Quando uno di voi digiuna, si astenga dall’atto sessuale e dai suoi preliminari, e non dica parole offensive o volgari. Se qualcuno lo insulta, lo aggredisce o cerca di litigare, risponda: “Io sono una persona che sta digiunando, non posso replicare”».[18]
Il mese di Ramadan è l’unico mese il cui nome è menzionato esplicitamente nel Corano, e la Notte del Destino — notte della discesa del Corano e della determinazione dei destini — cade proprio in questo mese. Il Nobile Profeta (S) disse: «Tutti i Libri celesti sono stati rivelati nel mese di Ramadan».[19]
Il digiuno, come le preghiere quotidiane, è un atto di culto obbligatorio per tutti i musulmani dopo il raggiungimento della pubertà. Digiunare significa astenersi dal cibo, dalle bevande, dal fumare e dall’attività sessuale, dal fajr (alba rituale) al maghrib (tramonto rituale).
Questo dovere riguarda solo coloro che ne hanno la capacità fisica. L’unico digiuno obbligatorio è quello del mese di Ramadan, durante il quale la maggior parte dei musulmani nel mondo osserva il digiuno; negli altri giorni dell’anno esistono diverse forme di digiuno raccomandato. Il calendario islamico è lunare e si basa sul movimento della luna e sulla sua variabile visibilità nel cielo; per questo, il Ramadan può cadere in inverno o in estate, in giorni lunghi e caldi oppure brevi e freddi.
In questo mese, considerato il mese dell’ospitalità divina, in quasi tutte le città islamiche viene distribuita gratuitamente una notevole quantità di cibo ai poveri e ai bisognosi. Inoltre, coloro che non possono digiunare devono offrire ai bisognosi il corrispettivo di un pasto per ogni giorno non digiunato.
Il digiuno ricorda all’essere umano la morte, poiché durante il giorno il digiunante, come chi ha sperimentato la morte, non ha bisogno di cibo né di acqua, e si distacca dai desideri che lo legano al mondo. Il mese di Ramadan è un tempo di autocontrollo e di esercizio di valori e virtù come la pazienza e la resistenza nelle difficoltà, per ottenere la soddisfazione divina. È anche un periodo in cui si pratica una maggiore generosità verso i bisognosi e si può comprendere il significato della sofferenza causata dalla fame. Il Profeta (S) amava profondamente il digiuno e lo praticava in molti giorni dell’anno. Ancora oggi, molte persone seguono il suo esempio.
c) Zakāt: garanzia di crescita e purificazione
«In verità, vostro waliyy [signore] è solo Dio, il Suo Messaggero, e coloro che hanno creduto, quelli che ergono la ṣalāt e pagano la zakāt mentre sono in [istato di] rukūʿ [inchino rituale della ṣalāt]».[20]
Le pianure dorate di grano e orzo, le palme da dattero rigogliose, le vigne cariche di grappoli d’uva e le mandrie vivaci di bovini, ovini e cammelli… tutte queste bellezze, nel grembo misericordioso della natura, sono state donate all’uomo per grazia di Dio.
L’essere umano ottiene tutti questi prodotti con l’aiuto della natura e, in questo sforzo reciproco, la sua parte è relativamente minore, mentre la natura sostiene la parte maggiore dell’attività. L’uomo beneficia della generosità della natura ed è giusto che ne sia riconoscente e condivida una parte di questi doni con i bisognosi, poiché la generosità, in tutte le culture umane, è uno dei segni più evidenti di nobiltà e autenticità.
La zakāt, nella lingua araba, ha due significati: crescita e purificazione. Nel Corano è menzionata tra le ṣadaqāt (offerte caritatevoli) e gli obblighi finanziari dell’Islam, in base ai quali i musulmani devono offrire annualmente una parte determinata di nove categorie di beni — oro e argento (naqdayn), bovini, ovini e cammelli (anʿām thalātha), grano, orzo, uva passa e datteri (ghallāt arbaʿa) — per il sostentamento dei poveri e per altre opere di beneficenza sociale. La quantità da versare per ciascuna categoria varia ed essa diventa obbligatoria solo quando i beni raggiungono una misura prestabilita. Inoltre, i prodotti agricoli e gli animali menzionati sono soggetti a zakāt secondo condizioni specifiche relative all’irrigazione dei campi e al nutrimento degli animali, in relazione alla disponibilità naturale e alle condizioni di abbondanza e fertilità.
Benché le leggi sociali e finanziarie dell’Islam siano numerose, la loro essenza non è un’invenzione dell’Islam, poiché la natura stessa dell’essere umano le riconosce spontaneamente. Le società, indipendentemente dalla religione o dalla cultura cui appartengono, hanno sempre avuto bisogno di risorse economiche per la propria crescita.
Nel Corano, in molti casi il termine ṣadaqa (offerta caritatevole) è usato per indicare la zakāt, e nella scienza del fiqh essa viene definita “ṣadaqa obbligatoria”. Nei versetti divini e nelle tradizioni profetiche, il pagamento della zakāt è menzionato accanto all’adempimento della ṣalāt, a sottolinearne l’importanza. Anche il Messaggero di Dio (S), riguardo al valore della zakāt, disse: «Curate i vostri malati con la carità e proteggete e assicurate i vostri beni con il pagamento della zakāt».[21]
La zakāt degli altri doni divini
Nelle tradizioni islamiche, la zakāt è usata in un senso molto ampio, tanto che per ogni dono divino esiste una zakāt che ne favorisce la crescita e la benedizione. Così, la zakāt della vista e del dono degli occhi consiste nell’osservare traendone insegnamento e nel distogliere lo sguardo dalle passioni; la zakāt dell’udito consiste nell’ascoltare la conoscenza, la saggezza e il Corano, evitando menzogne e maldicenze; la zakāt della lingua consiste nel dare benevoli consigli agli esseri umani, insieme al ricordo e alla glorificazione di Dio; la zakāt delle mani consiste nell’essere generosi verso gli altri con i doni divini, nell’impegnarsi nello scrivere la scienza e nell’astenersi dalle cattive azioni; la zakāt dei piedi consiste nello sforzarsi di camminare sulla via di Dio, nel migliorare le condizioni della gente e nel mantenere i legami di parentela; infine, la zakāt della bellezza consiste nella castità e nella purezza morale.
d) Khums
«E sappiate che ogni bottino che conquisterete, un quinto di esso appartiene a Dio e al Suo Messaggero, ai Parenti [del Profeta], e agli orfani di padre, ai poveri e all’ibnu-s-sabīl, se avete creduto in Dio e in quello che abbiamo fatto discendere sul Nostro servo nel Giorno del Discrimine, il giorno [della battaglia di Badr] in cui i due gruppi [credenti e miscredenti] si incontrarono. E Dio è, su ogni cosa, potente».[22]
Questo versetto è rivolto ai mujahidūn della battaglia di Badr, la prima guerra combattuta dai musulmani contro i miscredenti. Prima dell’Islam, tra gli Arabi era consuetudine che il comandante dell’esercito ricevesse un quarto dell’intero bottino. Con l’aiuto di Dio, nella battaglia di Badr furono conquistati molti bottini, e i neo-musulmani attesero l’ordine di Dio e del Suo Messaggero per sapere come dovessero essere divisi. Nel versetto del khums, sei gruppi sono indicati come destinatari del khums: 1. Dio (li-Llāh), 2. il Messaggero di Dio (li-r-Rasūl), 3. i parenti del Profeta (dhū l-qurbā), 4. gli orfani, 5. i bisognosi, 6. coloro che, durante il viaggio, sono caduti in povertà (ibnu-s-sabīl).
L’origine storica del khums risale al tempo del profeta Giuseppe (A). Secondo la Torah, durante i sette anni di abbondanza, Giuseppe propose di destinare un quinto (khums) del raccolto al tesoro del faraone, così da accumulare riserve in vista dei sette anni di carestia. Le riserve accumulate permisero poi di affrontare la grave carestia che colpì l’Egitto e i paesi circostanti.[23]
Quando ci si riferisce al versetto del khums, si incontra la parola «ghanīma», che nella lingua araba significa, in senso letterale, qualsiasi guadagno o beneficio che giunga all’uomo, sia esso bottino di guerra, tesoro o altro profitto. Di conseguenza, un quinto dei proventi derivanti dal commercio e dei redditi e delle entrate personali che eccedono le spese annuali necessarie alla vita deve essere destinato a scopi come le associazioni caritative, il sostegno dei bisognosi e la promozione delle attività religiose; per questo il khums svolge un ruolo fondamentale nell’alleviare le difficoltà economiche delle persone indigenti e, di conseguenza, nel preservare la loro fede.
e) Hajj, il più bel pellegrinaggio verso la Casa della Speranza
«E [ricorda] quando demmo a dimora ad Abramo il sito della Casa, [dicendogli]: “Non attribuirMi alcun socio, e purifica la Mia Casa per coloro che eseguono il ṭawāf, e per coloro che stanno ritti [in ṣalāt], e per coloro che s’inchinano, coloro che si prosternano [solo dinanzi a Dio]. E chiama fra la gente allo Ḥajj, [sì che] vengano a te a piedi e su ogni smagrito cammello, che viene da ogni lontana via, affinché assistano a [i molti] benefici [che vi sono in esso] per loro, e menzionino il Nome di Dio, in giorni determinati, su ciò che Egli ha loro provvisto degli animali dei bestiami. Mangiatene dunque, e nutritene il miserabile povero».[24]
Senza dubbio, la terra, i cieli e tutto ciò che esiste in essi appartengono a Dio, ed Egli è l’unico vero Padrone. Ma in tutte le religioni esistono luoghi particolari chiamati «Casa di Dio» o con nomi simili, destinati all’adorazione di Dio o di quella Verità suprema. Il tessuto profondo di questi luoghi è fatto dei sussurri d’amore divino e delle suppliche dei bisognosi che vi hanno trovato rifugio, ed è per questo che donano all’uomo una pace speciale. In ogni quartiere e contrada si possono erigere queste case di serenità con un’intenzione pura e benevola, affinché diventino sorgenti per gli assetati di spiritualità. Ma qual è stata la prima Casa eretta per l’adorazione di Dio, e chi ne fu l’architetto?
«In verità, la prima casa che è stata eretta per gli uomini [e per il culto divino] è certamente quella di Bakkah [Mecca], benedetta, guida [alla retta via] per i mondi».[25]
La visita alla Kaʿba, o più precisamente il pellegrinaggio dell’Hajj, non è una tradizione introdotta dal Profeta dell’Islam; secondo i testi religiosi, infatti, alcuni profeti precedenti all’Islam avevano già compiuto il ṭawāf (circumambulazione rituale) attorno alla Kaʿba. Anche i politeisti della Mecca, prima dell’Islam, praticavano il ṭawāf secondo proprie consuetudini, alcune delle quali non sono state confermate dall’Islam.
Talvolta l’Hajj viene definito «piccola morte» o «piccola resurrezione», poiché, così come l’uomo, al momento della morte, lascia questo mondo per presentarsi al cospetto di Dio, allo stesso modo, durante il pellegrinaggio, lascia la propria casa e la propria dimora, la moglie e i figli, il lavoro, il reddito e tutti i legami terreni, per avvicinarsi alla Casa di Dio e divenire ospite alla mensa della spiritualità del suo Signore. A volte è necessario rifugiarsi in Dio da tutte le ansie e le pressioni materiali, e quale rifugio migliore della Casa di Dio per incontrarLo!
Nella religione islamica, l’Hajj è uno dei pilastri: è obbligatorio per ogni musulmano, una volta nella vita, recarsi alla Casa del proprio Amato, purché disponga delle condizioni economiche, della capacità fisica e della sicurezza necessarie per il viaggio. Questo obbligo è immediato: significa che deve essere compiuto già nel primo anno in cui si possiedono le possibilità economiche e fisiche; se non è possibile, va eseguito l’anno successivo. Rimandarlo senza giustificazione, dopo l’anno in cui si sono verificate le condizioni necessarie, è considerato un peccato grave.
f) Jihad, l’ultima soluzione
«A coloro che vengono combattuti è stato permesso [di combattere], perché essi sono stati oppressi. E, in verità, Dio è davvero capacissimo di soccorrerli. Quelli [stessi] che sono stati cacciati dalle loro dimore ingiustamente, [e ciò] se non [per] il loro dire: “Il nostro Signore è Dio”».[26]
Il jihād significa in origine lo sforzo accompagnato dal sacrificio, sulla via di una verità superiore, attraverso la propria vita, i propri beni e le altre risorse. Nella cultura islamica, con il termine jihād si indicano le guerre e le lotte intraprese con l’obiettivo di difendere la verità della religione islamica, di diffonderla e di salvaguardare la vita dei musulmani. Il primo versetto coranico riguardante il jihād, noto come «versetto del permesso al jihād», fu rivelato nel primo anno dell’Egira e concesse ai musulmani l’autorizzazione a difendersi dagli attacchi dei politeisti.
Il jihād e la guerra non sono di per sé fatti biasimevoli; anzi, considerando l’indole avida degli uomini mossi dal proprio interesse e oppressori che, nel corso della storia, hanno corrotto la terra e consegnato molti innocenti alla lama delle spade, la lotta, il jihād e l’instaurazione della giustizia sono tra le azioni più sacre e coraggiose degli uomini nobili:
«E se non ci fosse stato il respingere di Dio gli uomini, alcuni di essi per mezzo di altri, di certo, sarebbero stati demoliti monasteri, chiese, sinagoghe e moschee nelle quali si menziona molto il nome di Dio. E di certo Dio aiuterà sicuramente chiunque Lo aiuterà. In verità, Dio è davvero potente, invincibile!».[27]
Il jihād, in senso generale, si divide in due tipi: difensivo e offensivo. Il jihād difensivo è la guerra e la lotta che diventano obbligatorie e necessarie nel caso in cui i nemici aggrediscano la comunità dei musulmani; questo tipo di jihād rientra tra le azioni razionali che la natura umana stessa richiede, poiché difendere se stessi, la propria famiglia, i propri interessi e il luogo di residenza di fronte all’aggressione dei nemici è un fatto logico e accettabile.
Il jihād offensivo è quel jihād in cui i musulmani iniziano la guerra senza che i nemici abbiano compiuto un’aggressione. Generalmente le guerre offensive vengono intraprese per prevenire la sedizione dei nemici, per stabilire la giustizia o con l’intento di diffondere la religione islamica.
«Combatteteli fino a che non ci sia più fitna [sedizione] e l’unica religione sia quella di Dio. Se dunque desistono, non ci sia ostilità, se non contro gli iniqui».[28]
«E se due gruppi di credenti si combattono, mettete allora pace fra essi. E se uno di loro fa ingiustizia all’altro, combattete allora quello che fa ingiustizia, finché non ritorna [ad obbedire] all’Ordine di Dio; e se ritorna, mettete allora pace fra essi con giustizia, e siate giusti! Infatti, Dio ama i giusti».[29]
Presso gli Arabi, prima dell’Islam, la guerra nei quattro mesi sacri di Muḥarram, Rajab, Dhū al‑Qaʿda e Dhū al‑Ḥijja era proibita, e l’Islam ha confermato tale divieto, salvo nel caso in cui i nemici iniziassero le ostilità e non rispettassero la sacralità di questi mesi.
Poiché il nome della sharia islamica deriva dal significato di pace e riconciliazione, i musulmani e gli Stati islamici devono comportarsi con gli altri individui e governi sulla base della pace, della giustizia e della buona condotta morale; nell’interpretazione dei versetti sul jihād e degli hadith profetici non bisogna trascurare il contesto della rivelazione e gli obiettivi fondamentali del Profeta, in particolare riguardo alla filosofia della guerra e della pace. Negli ultimi decenni, il comportamento dei gruppi estremisti ha alimentato l’islamofobia e fornito pretesto per attacchi contro l’insegnamento del jihād.
Il termine jihād nei testi religiosi è stato usato anche per altre azioni di valore oltre al combattimento sul campo di battaglia, come il jihād maggiore, che indica lo sforzo e la lotta contro Satana e le passioni dell’anima. Negli hadith, inoltre, alcune azioni sono state considerate alla stregua del jihād, per sottolinearne il valore: come ordinare il bene e vietare il male, parlare con giustizia e verità davanti a un sovrano tiranno, impegnarsi per ravvivare una buona tradizione nella società, comportarsi bene come moglie e impegnarsi come padri di famiglia a procurare un sostentamento lecito alla moglie e ai figli.
g) Ordinare il bene e vietare il male
«Tra voi ci devono essere degli uomini che invitino al bene, ordinino la virtù e vietino il vizio, e sono essi i beati!».[30]
La società è come una grande famiglia. Incoraggiare i membri della comunità al bene e rendere consapevoli le persone meno esperte delle conseguenze delle azioni rischiose e sconvenienti, al fine di creare una forma di disciplina sociale, è segno di un legame amichevole e sapiente tra gli uomini di ogni società. Al contrario, il silenzio e l’indifferenza di fronte alle azioni degli amici e dei conoscenti, senza cercare di guidarli, è come se i genitori non facessero alcun passo per orientare i propri figli.
L’essenza dell’amore, della benevolenza e dell’umiltà, unita a una conoscenza e a una consapevolezza adeguate, può rendere dolce l’amaro della predica; al contrario, l’imposizione di leggi eccessivamente rigide e di una disciplina esasperata, sia in famiglia sia nella società, fa sì che le persone crescano in un ambiente colmo di paura e privo di indipendenza. Tali individui, sottoposti costantemente al controllo e agli ordini altrui, in futuro difficilmente potranno agire come dirigenti, guide o decisori indipendenti e premurosi: «I credenti e le credenti sono amici gli uni degli altri. Ordinano il bene e proibiscono il male, ergono la ṣalāt e danno la zakāh, e obbediscono a Dio e al Suo Messaggero. Quelli, presto Dio concederà loro misericordia, ché, in verità, Dio è invincibile, saggio»[31].
Ordinare il bene significa guidare chi ha trascurato un dovere obbligatorio e invitarlo ad adempierlo, mentre vietare il male significa orientare e adoperarsi affinché le persone non compiano azioni proibite: si tratta di due doveri tra i precetti fondamentali della religione. L’Islam, rafforzando i valori morali e rendendo gli individui responsabili del destino comune, svolge un ruolo importante nel controllo e nella riforma sociale; nel Corano, infatti, l’ordinare il bene e il vietare il male sono ricordati più volte come un compito specifico della comunità del Profeta, talvolta associati a principi come la fede in Dio e nell’Aldilà o ad atti di culto come la ṣalāt e la zakāt.
h) Tawallī e Tabarrī
«[O Profeta Muhammad] di’: “Non vi chiedo alcuna mercede per essa [in cambio del compimento della mia missione profetica], eccetto l’amore riguardo a quei [miei più vicini] Parenti [Dhū al‑Qurbā]».[32]
«[O Profeta Muhammad] di’: “[Tutto] quello che vi ho chiesto di mercede, è per voi stessi: la mia mercede non è [incombente] se non su Dio. Ed Egli è testimone su ogni cosa”».[33]
La galassia, la natura e l’ordine della creazione sono fondati sull’attrazione e sulla repulsione. Non solo gli esseri umani, ma anche gli animali e le piante possiedono forze di attrazione e repulsione, nel senso che hanno amici e nemici. Il comportamento di ogni persona risulta gradito ad alcuni e sgradito ad altri, e persino i Profeti e gli Eletti di Dio, pur essendo i più benevoli e virtuosi tra gli uomini, hanno sempre avuto amici e avversari.
Se una persona trascorresse tutta la sua vita nell’adorazione — compiendo la ṣalāt, digiunando, pagando il khums e la zakāt, andando in pellegrinaggio alla Mecca e partecipando al jihād — ma nel suo cuore non vi fosse amore, lealtà e amicizia per il Profeta (S), per la sua Famiglia e per gli Amici di Dio, quale utilità avrebbero tutte quelle pratiche e quelle devozioni? L’importanza di questo principio è tale che negli hadith si narra come il Profeta (S), rivolgendosi ai suoi compagni, chiese: «Qual è la più salda presa della fede?». I compagni risposero ciascuno qualcosa: la ṣalāt, il digiuno, il pellegrinaggio, il jihād… Ma il Profeta disse: «Tutte queste cose sono importanti; tuttavia la più salda presa della fede è l’amore e l’odio per la causa di Dio: amare gli amici di Dio e detestare i Suoi nemici».[34] Dio rivelò ai Suoi Profeti di dire alla gente: «Le opere che avete compiuto nel mondo — adorazione, ascesi, devozione — in qualche modo tornano a vostro beneficio; ma guardate cosa avete fatto per Me. Avete mai amato uno dei Miei amici? Avete mai preso le distanze dai Miei nemici? Se anche l’adorazione di tutti gli abitanti del cielo e della terra fosse con voi, ma in essa non vi fosse amore per i Miei amici e inimicizia verso i Miei nemici, quella adorazione non vi gioverebbe».[35]
Nel pensiero islamico, tawallī significa amicizia con gli amici di Dio e, di conseguenza, legame e collaborazione con essi; mentre tabarrī significa inimicizia verso i nemici di Dio e rifiuto di collaborare o obbedire a loro. Il Corano proibisce ai credenti di stringere amicizia con i miscredenti, con coloro che deridono la religione di Dio e coloro che ne sono nemici, e riguardo a coloro che non si sono dissociati dai nemici della fede afferma: «Quando i capi sconfesseranno i loro seguaci e vedranno il castigo, quando si romperanno i legami tra loro esistenti. E diranno i seguaci: “Ah, se avessimo la possibilità di tornare indietro! Li rinnegheremmo come loro hanno fatto con noi”. Così Dio mostrerà ad essi le loro azioni affinché si rammarichino [di ciò che hanno fatto]. Essi non usciranno mai dal Fuoco»[36].
In diverse sure del Corano, il ripudio del politeismo, dell’idolatria, dei capi della deviazione e delle loro false divinità è presentato come una delle manifestazioni del tabarrī.
Tawallī e tabarrī hanno la precedenza su tutti i legami, persino quelli affettivi e familiari; perciò: «Non troverai gente che creda in Dio e nel Giorno Estremo che faccia amicizia con chi si oppone a Dio e al Suo Messaggero, fossero anche i loro padri o i loro figli o i loro fratelli o i loro parenti. Quelli, nei loro cuori [Dio] ha scritto la Fede, e li ha confermati con uno Spirito da Lui [proveniente], e li farà entrare in paradisi sotto i quali scorreranno i rivi, in cui saranno eterni; Dio è soddisfatto di loro e loro sono soddisfatti di Lui. Quelli sono il Partito di Dio. Badate che invero il Partito di Dio sono i Salvi!»[37].
L’Islam, tuttavia, non afferma che i musulmani non debbano avere alcun tipo di relazione con i non musulmani o persino con i nemici; al contrario, essendo una religione universale, non limitata a un luogo o a un tempo specifico, ha lasciato le sue porte aperte all’accoglienza di tutti i popoli e individui. Tawallī e tabarrī significano che i musulmani, per amore di Dio, devono obbedire agli ordini dei loro leader religiosi e delle guide divine, e non devono diventare esecutori dei piani e dei disegni dei nemici e dei malintenzionati: «Coloro che prendono i miscredenti come alleati invece dei credenti, cercano forse presso di loro la potenza? In verità, tutta la potenza appartiene a Dio». Dall’insieme dei versetti e delle tradizioni emerge che la benevolenza verso i miscredenti e i nemici è accettabile nell’Islam solo quando non comporti danno per l’Islam, per i musulmani o per la fede degli individui.
Cibi e bevande
﴿يَا أَيُّهَا الَّذِينَ آمَنُوا كُلُوا مِنْ طَيِّبَاتِ مَا رَزَقْنَاكُمْ وَاشْكُرُوا لِلَّهِ إِنْ كُنْتُمْ إِيَّاهُ تَعْبُدُونَ﴾
«O voi che avete creduto, mangiate delle cose lecite, pure e buone di cui v’abbiamo provvisto e ringraziate Dio, se è solo Lui che adorate!»[38]
«In verità, [Dio] vi ha solo proibito [il corpo de] la bestia morta [senza essere stata macellata secondo il rito islamico] e il sangue e la carne del maiale e ciò [la bestia] su cui sia stato invocato altro nome che quello di Dio [al momento di essere sgozzata]. Chi poi fosse costretto [a cibarsene], senza essere ribelle né trasgressore, ebbene, non farà peccato. In verità, Dio è clemente, benevolo»[39]
Senza dubbio, la salute è una delle più grandi benedizioni donate da Dio all’essere umano, e il bisogno di salute — e quindi di un’alimentazione sana — rappresenta la necessità quotidiana più importante e vitale, che accompagna l’uomo dalla nascita fino alla morte. Neppure i Profeti e gli Amici di Dio ne sono esclusi. Poiché le questioni legate alla salute fisica, spirituale e psicologica dell’essere umano influiscono profondamente sul conseguimento della sua felicità, la saggia religione dell’Islam ha espresso principi generali e fondamentali su questi temi, con l’obiettivo di guidare l’umanità; al punto che nel Nobile Corano si trovano oltre 160 versetti dedicati agli alimenti, ai cibi leciti e illeciti, e alla nutrizione.
L’esperienza ha dimostrato che ciò che l’essere umano mangia e beve influisce sul suo corpo, sul suo spirito e persino sui suoi sogni; per questo motivo, Dio l’Altissimo ha indicato alcuni cibi e bevande come proibiti e nocivi, e altri come leciti e benefici. I versetti coranici relativi all’alimentazione sono spesso accompagnati da due qualificazioni: ḥalāl e ṭayyib. Ḥalāl è ciò che non è vietato dal punto di vista religioso, mentre ṭayyib si riferisce a ciò che è puro e conforme alla natura sana dell’essere umano. Il suo opposto è khabīth, che suscita repulsione nella natura umana. In realtà, ḥalāl e ṭayyib indicano entrambi gli aspetti — spirituale e materiale — della salubrità degli alimenti e delle bevande consumate dall’uomo. In alcuni versetti del Corano si sottolinea anche il legame particolare tra il cibo puro e la pratica delle opere buone.
Alcune delle direttive divine in materia di alimentazione sono le seguenti.
-
Gli animali di cui si consuma la carne devono appartenere alla categoria degli erbivori. Tra i quadrupedi, la carne di pecora, mucca, cammello, gazzella e di alcuni altri animali è lecita, mentre la carne dei quadrupedi predatori, dotati di denti aguzzi, artigli e unghie affilate — come il leone, la tigre, la volpe, la iena, lo sciacallo, il gatto e simili — è proibita. Inoltre, la carne degli animali leciti che non siano stati macellati secondo il rito islamico è anch’essa proibita. Tra le carni, si raccomanda il consumo di carne di pecora, di animali acquatici e di volatili. La carne migliore è quella fresca, e si consiglia di evitare, per quanto possibile, il consumo di carne cruda e di carne essiccata e salata.
-
In una narrazione è riportato che il Messaggero di Dio (S) disse: «Il miglior nutrimento in questo mondo e nell’Aldilà è la carne»[40], poiché essa contribuisce alla crescita muscolare, rafforza il corpo e dona vigore alla vista, all’udito e ad altre facoltà. L’astensione prolungata dalla carne può causare deterioramento fisico; per questo il Profeta (S) affermò: «Chi non mangia carne per quaranta giorni, prenda in prestito del denaro, acquisti della carne e ne mangi»[41]. Tuttavia, è necessario evitare l’eccesso e la dipendenza dal consumo di carne. Il Profeta (S) disse: «Chi mangia carne per quaranta giorni consecutivi diventa duro di cuore»[42]. Dalle narrazioni dell’Imam Ṣādiq (A) si evince che consumare carne ogni tre giorni è una misura equilibrata.[43]
-
Tra gli animali marini, sono leciti il consumo di pesci con squame e di gamberi. Anche la carne degli uccelli è lecita, ad eccezione di quelli privi di gozzo, ventriglio e sperone posteriore, oppure dotati di artigli, come l’aquila e l’avvoltoio.
-
La forte insistenza di alcuni versetti e hadith sulla terra e sui vegetali, nonché la precedenza accordata alla frutta rispetto alla carne, costituisce un’indicazione dell’importanza prioritaria del gruppo alimentare vegetale rispetto a quello carnivoro. Nella Sura ʿAbasa (80), versetti 24–32, vengono menzionati otto tipi di alimenti vegetali e naturali, a conferma del ruolo centrale di piante e frutti nell’alimentazione umana: «Guardi dunque l’uomo il suo cibo! [Veda dunque] che Noi abbiamo versato l’acqua di [benefico] versare, poi abbiamo spaccato la terra di [benefico] spaccare, e in essa abbiamo fatto germinare grani, e viti, e verdure, e ulivi, e palmizi, e folti giardini, e frutta e pascoli, beneficio per voi e per i vostri bestiami».
-
Il vino e ogni bevanda che provochi ebbrezza e annulli la ragione sono proibiti: «In verità, col vino e il gioco d’azzardo, Satana vuole gettare l’inimicizia e l’odio fra di voi, e trattenervi dal ricordo di Dio e dalla ṣalāt. Cesserete dunque?»[44].
-
Nel terzo versetto della Sura al-Māʾida (5) vengono elencati undici tipi di alimenti proibiti:
-
Carcasse
-
Sangue
-
Carne di maiale
-
Animali morti per soffocamento, sia per mano umana che animale, o spontaneamente
-
Animali morti per percosse, torture o malattia
-
Animali precipitati da un’altura
-
Animali morti per colpi di corna
-
Animali uccisi da predatori
-
Carni su cui è stato invocato un nome diverso da quello di Dio al momento della macellazione
-
Animali macellati sugli idoli o davanti ad essi
-
Animali la cui carne è stata spartita attraverso il gioco d’azzardo
In alcuni hadith si fa riferimento alle proprietà benefiche di determinati alimenti e frutti: il latte favorisce la pazienza, la gentilezza e la serenità; il miele stimola la memoria, purifica il cuore e dona guarigione; l’uva trasforma tristezza, angoscia e depressione in vitalità; i datteri promuovono la pazienza, la saggia pazienza e padronanza di sé e la tolleranza; le olive rafforzano la memoria; le mele rinvigoriscono il sistema nervoso e migliorano il colorito del viso.
Alcune raccomandazioni delle tradizioni islamiche riguardo alle norme di comportamento nel mangiare e nel bere sono le seguenti:
-
Invocazione all’inizio e alla fine del pasto; l’Imam Ali (A) disse: «Garantisco che chi pronuncia il nome di Dio sul proprio cibo non sarà colpito da alcun dolore o sofferenza a causa di quel cibo»[45].
-
L’Imam Ali disse all’Imam Hasan: «Se vuoi restare in salute e fare a meno del medico, osserva quattro regole: non mangiare se non hai appetito; smetti di mangiare quando non sei ancora sazio e l’appetito è ancora presente; inghiotti il cibo solo dopo averlo masticato bene; prima di dormire, soddisfa il bisogno fisiologico».[46]
-
Lavarsi le mani prima del pasto e non asciugarle con l’asciugamano.
-
Iniziare e terminare il pasto con il sale.
-
Evitare di mangiare cibi troppo caldi.
-
Evitare di soffiare sul cibo e sulle bevande.
-
Non dormire immediatamente dopo aver mangiato.
-
Prendere bocconi piccoli.
-
Usare lo stuzzicadenti o spazzolarsi i denti dopo il pasto.
-
Bere l’acqua in tre respiri, succhiandola, e non inghiottendola tutta in una volta.
-
Non bere acqua durante il pasto.
-
Non bere acqua subito dopo aver mangiato cibi grassi.
Le leggi sociali nell’Islam
Hai mai osservato le scuole e le università intorno a te? Gli ospedali, i pronto soccorso e i vigili del fuoco? Le centinaia di uffici, enti e ministeri?
Chi ha istituito questi numerosi e diversificati centri sociali, e per quale scopo? Non è forse vero che tutti questi centri testimoniano la naturale inclinazione dell’essere umano alla vita sociale e persino la sua volontà di svilupparla e ampliarla? È evidente, dunque, che, per rispondere a questa tendenza, siano necessarie numerose leggi sociali, affinché la gestione e l’organizzazione della società possano svolgersi con maggiore ordine e incontrino meno difficoltà.
È concepibile che esista una religione divina il cui obiettivo sia migliorare la vita dell’essere umano, senza che essa abbia detto nulla sugli aspetti sociali dell’esistenza? È possibile che Dio, il Saggio, non abbia rivelato parole divine per guidare i Suoi servi e aiutarli a regolare le relazioni sociali in modo più giusto ed equilibrato?
Non c’è dubbio che, negli insegnamenti di tutte le religioni divine, l’adesione ad alcuni principi nelle relazioni sociali e l’astensione da determinati comportamenti riprovevoli nei rapporti con gli altri siano considerate necessarie. In altre parole, il rispetto di alcuni doveri e divieti costituisce il tratto distintivo fondamentale delle relazioni sociali del musulmano con ogni essere umano, indipendentemente dalla sua posizione o dal suo credo. È dunque necessario chiarire i principi più importanti e vincolanti delle relazioni sociali del musulmano, affinché possano costituire criteri riconosciuti e imprescindibili nei diversi ambiti della vita civile, economica, politica e non solo. Tali doveri e divieti sociali sono i seguenti.
-
Giustizia: come affermato in questo versetto: «O voi che avete creduto, levatevi sempre per Dio, [siate sempre] testimoni secondo giustizia, e non vi spinga all’ingiustizia l’odio per una gente. Siate equi: l’equità è più vicina al Timore [di Dio]. Temete Dio, ché, in verità, Dio conosce bene quello che fate»[47]. I musulmani sono esplicitamente chiamati alla giustizia anche nei rapporti con i miscredenti che convivono pacificamente con loro, e viene loro ammonito di non deviare dal sentiero della verità, altrimenti incorreranno nel severo castigo divino.
-
Sincerità: «È grandemente odioso presso Dio che diciate quel che non fate!»[48]. Questo versetto costituisce uno dei richiami rivolti ad alcuni musulmani, rimproverati per la discordanza tra le loro parole e le loro azioni e per non aver mantenuto ciò che avevano affermato.
-
Osservanza delle buone maniere: in particolare nei confronti di coloro che hanno un diritto su di noi. Il Corano raccomanda ripetutamente il rispetto e la buona educazione verso il Profeta (S) e rimprovera i credenti che lo precedono nelle decisioni, trascurano l’obbedienza a lui dovuta o alzano la voce sopra la sua.[49] Allo stesso modo, insiste sull’agire con benevolenza verso i genitori e sul trattarli con gentilezza.[50]
-
Parlare con gentilezza e rettitudine: questo insegnamento etico è talvolta espresso come invito a rivolgersi agli altri con parole gentili[51], e talvolta come divieto di ogni forma di maleducazione e durezza nel parlare. Il Corano, infatti, proibisce il sarcasmo, l’uso di soprannomi offensivi, la maldicenza[52] e il confabulare nel peccato[53].
-
Servire il prossimo: questo principio è presentato nel Corano come cooperazione reciproca nel bene e nella benevolenza[54]. Dio descrive il Profeta (S) come profondamente premuroso e misericordioso verso gli altri[55], al punto che sembra quasi pronto a sacrificare la propria vita per il forte desiderio di guidarli verso il bene[56].
-
L’elemosina: in numerosi versetti il Corano raccomanda con insistenza le varie forme di elemosina[57], obbligatorie o raccomandate, che non si limitano al solo aiuto economico. L’aiuto al prossimo può infatti assumere forme diverse: talvolta consiste nel mettere a disposizione degli altri le proprie conoscenze e la propria esperienza o nell’offrire un consiglio,[58] talvolta nell’esprimere vicinanza e partecipazione attraverso la parola.
-
Buon carattere: è una delle più grandi virtù dell’essere umano. Il Corano descrive il Profeta Muhammad (S), modello di comportamento per i musulmani, come dotato di un carattere sublime,[59] di un cuore compassionevole,[60] di grande apertura interiore,[61] e capace di ascoltare e accogliere gli altri.[62]
-
Altruismo: il Corano considera i credenti fratelli tra loro e fonda i loro rapporti sui diritti e sui doveri della fratellanza. Per questo condanna l’inimicizia e il rancore tra i credenti e invita a ristabilire tra i musulmani rapporti di pace e di amicizia.[63] Spingendosi ancora oltre, esorta i Suoi servi devoti a rispondere al male con il bene, affinché persino un nemico possa trasformarsi in un amico.[64]
In definitiva, il criterio fondamentale nei rapporti sociali può essere ricondotto a una regola tramandata dagli Imam Immacolati (S): «Ciò che ami per te stesso, amalo anche per gli altri». Questa massima costituisce un principio generale e universale dell’etica sociale e del modo di relazionarsi con gli altri. Di conseguenza, il criterio più completo per distinguere ciò che è corretto da ciò che è errato nei nostri comportamenti sociali è proprio questo principio, applicabile a ogni forma di relazione: nei rapporti con il coniuge, i figli, i genitori, i parenti, i vicini, i concittadini e, più in generale, con ogni essere umano.
D’altro canto, nei rapporti sociali vi sono anche divieti che devono essere osservati: trascurarli porta infatti al deterioramento e all’indebolimento delle relazioni sane, riducendo al tempo stesso la coesione della comunità. I principali sono i seguenti:
-
Sospetti ingiustificati. La diffidenza e i sospetti infondati possono essere annoverati tra i fattori che generano discordia e divisione, alimentando il fuoco della frammentazione e della dispersione. L’Islam condanna con forza tale spirito all’interno della comunità e, attraverso diversi ammonimenti e avvertimenti, mette in guardia i credenti per prevenire i danni individuali e sociali che ne derivano.[65] L’Imam Ali (A) afferma: «Devi interpretare le parole e le azioni del tuo fratello di fede nel modo migliore, a meno che tu non abbia la certezza contraria e non vi sia più alcuna possibilità di giustificazione. E non devi sospettare delle parole del tuo fratello quando trovi per esse un’interpretazione benevola»[66].
-
Calunnia e diffamazione. Esse provocano fratture e divisioni nella società e comportano la rovina della fede di chi le pratica. L’Imam Ṣādiq (A) afferma: «Ogni volta che un credente calunnia il proprio fratello musulmano e gli attribuisce una menzogna, la sua fede interiore si dissolve, così come il sale si dissolve nell’acqua»[67].
-
Ambizione e ricerca di superiorità. Tra le cause principali di discordia e di divisione in una società vi sono l’ambizione smodata e la pretesa di superiorità di alcuni individui. Coloro che attribuiscono a sé stessi una posizione speciale e si considerano esseri superiori agli altri, a poco a poco, per raggiungere quel rango illusorio, ricorrono ad azioni prevaricatrici. Chi è affetto da spirito arrogante cerca di riservare a sé le migliori risorse e le posizioni sociali più elevate, e perfino di innalzare i propri sostenitori e seguaci a ruoli che non meritano. In tal modo si crea un sistema classista in cui i sottoposti devono servire i sovrastanti. L’ambizione e la ricerca di superiorità portano dapprima all’egoismo e alla ribellione, e poi, quando l’ambizioso non riesce a raggiungere i propri obiettivi, alimentano discordia e divisione. Il Corano, a proposito di coloro che per ambizione cadono inevitabilmente anche nella ribellione e nell’arroganza, afferma: «E la [buona] fine è dei timorati [di Dio]!»[68]. Il Profeta (S) disse inoltre: «L’amore per la ricchezza e la brama di potere fanno germogliare l’ipocrisia nel cuore, così come l’acqua fa germogliare l’erba»[69].
-
Avarizia, invidia e rancore. Anche queste possono essere annoverate tra le cause di discordia e divisione all’interno della società. Per questo l’Islam considera tali caratteristiche biasimevoli, riprovevoli e, talvolta, persino distruttive della fede degli individui. L’Imam Bāqir (A) afferma: «In verità, l’invidia divora la fede, così come il fuoco divora la legna»[70].
-
Desideri egoistici. Le passioni dell’anima hanno una forza tale da spingere l’uomo a trascurare le norme stabilite, fino al punto di ignorare anche le idee e gli ideali più sacri. Molti comportamenti devianti, le ingiustizie e le violazioni dei diritti altrui traggono origine proprio dalle inclinazioni egoistiche dell’essere umano. Numerosi versetti del Corano parlano delle passioni e delle loro conseguenze, indicando che spesso persino le divergenze religiose tra i dotti nascono dal reciproco livore.[71]
In definitiva, la salute della società e il raggiungimento di una comunità composta da persone soddisfatte, fiduciose, laboriose, consapevoli e sagge non sono possibili se non attraverso l’osservanza dei principi fondamentali dell’etica nei rapporti sociali. Come afferma chiaramente Dio, la felicità e la perdizione di ogni società dipendono dalle azioni dei suoi membri, e il destino di ogni comunità è determinato soltanto da loro stessi.[72]
Il matrimonio nell’Islam
﴿وَ مِنْ آياتِهِ أَنْ خَلَقَ لَکُمْ مِنْ أَنْفُسِکُمْ أَزْواجاً لِتَسْکُنُوا إِلَيْها وَ جَعَلَ بَيْنَکُمْ مَوَدَّةً وَ رَحْمَةً إِنَّ فی ذلِکَ لَآياتٍ لِقَوْمٍ يَتَفَکَّرُونَ﴾
«E [uno] dei Suoi segni è che ha creato per voi, da voi stessi, delle spose, affinché vi plachiate accanto ad esse, e ha messo fra di voi amore e misericordia. In verità, in ciò vi sono di certo dei segni per gente che medita»[73]
Le religioni divine rivendicano tutte la missione di riformare e educare l’essere umano, guidandolo verso la perfezione e l’elevazione spirituale. Il matrimonio costituisce uno dei fattori più importanti ed efficaci in questo cammino di crescita e perfezionamento; perciò, le religioni celesti devono necessariamente offrire ai loro seguaci insegnamenti e indicazioni in materia, affinché, attraverso un matrimonio corretto e appropriato, si apra loro la via dell’elevazione e della perfezione. Non si può infatti immaginare una religione o una dottrina che non abbia nulla da dire su uno dei fattori più incisivi per la felicità e il pieno compimento dell’essere umano.
Dal punto di vista dell’Islam, il matrimonio ha la natura di un contratto e di un patto caratterizzato da condizioni particolari. Questo patto, oltre a possedere una speciale solidità ed essere definito dal Corano un «patto solido» (mīthāq ghalīẓ), possiede un valore e una dignità celesti e divine che lo distinguono dagli altri contratti sociali, soggetti soltanto a regole generali. Si può quindi affermare che, nella visione islamica, il matrimonio rappresenti il patto più saldo e il contratto più sacro: confidando in esso, l’essere umano lascia i propri genitori e fratelli per legarsi a una persona che conosce solo in parte e accetta di condividere con lei tutti i propri beni e la propria vita.
Tra le diverse ragioni del matrimonio menzionate nella visione islamica, una delle più importanti è il raggiungimento della tranquillità e della serenità.[74] Questa pace interiore nasce dalla complementarità dei due sessi, che diventano così fonte reciproca di fioritura, vitalità e crescita.
Un’altra delle ragioni per cui l’Islam ha sancito il matrimonio è la conservazione del genere umano attraverso una procreazione sana e legittima. Questo aspetto è considerato così importante che, nelle tradizioni tramandate dai Prediletti di Dio [il Profeta e l’Ahl al-Bayt], la capacità di generare figli è annoverata tra le qualità più apprezzate in una donna in vista del matrimonio, mentre l’avere figli è considerato una fonte di benedizione.
Inoltre, il matrimonio svolge un ruolo importante nel proteggere l’essere umano dalle deviazioni, dalla corruzione e dal cadere in peccati di carattere sessuale e morale. Questa condizione conferisce alla persona sposata una posizione particolare, accompagnata da maggiori virtù, da una più elevata dignità e da una maggiore distanza dalle trasgressioni sociali; al tempo stesso, rafforza l’adesione ai valori religiosi e spirituali e l’amore per la famiglia. È per questo che i Prediletti di Dio affermano:
«مَن تَزَوَّجَ فقد أحرَزَ نِصفَ دِينِهِ، فَلْيَتَّقِ اللهَ فی النِّصفَ الباقي»
«Chi si sposa ha preservato metà della propria fede; tema dunque Iddio riguardo all’altra metà»[75]
E in un altro luminoso hadith, il Profeta della Misericordia (S) afferma:
«زَوِّجُوا أیاماکم، فَإنَّ اللَّهَ یحَسِّنَ لَهُم فی أخلاقِهِم و یوَسَّعُ لَهُم فی أرزاقِهِمِ و یزیدهُمُ فی مُروّاتِهِم»
«Fate sposare i vostri non sposati, affinché Dio renda buona la loro indole, estenda loro il sostentamento e accresca la loro magnanimità»[76]
Tra le altre ragioni e finalità della legislazione del matrimonio vi sono l’assunzione di responsabilità, il superamento dell’egoismo e dell’individualismo, l’impegno verso gli altri e, di conseguenza, la creazione delle condizioni favorevoli alla crescita sociale.
A differenza di alcune scuole e confessioni che riducono il matrimonio a un fatto puramente istintivo e mondano, spregiandolo e ricercando la virtù umana nell’astensione da esso, l’Islam lo sottrae alla sfera dei comportamenti dettati dalla passione e dalle inclinazioni animalesche. Lo colloca invece in un particolare ambito sacro, facendone un terreno di ricerca della virtù e raccomandando agli esseri umani di perseguirla proprio attraverso di esso.
Nell’Islam, oltre a essere considerato esso stesso un atto prezioso e gradito a Dio, il matrimonio conferisce valore anche ad altre azioni, in particolare alle pratiche di culto; infatti, fa sì che l’adorazione di una persona sposata abbia un valore superiore rispetto a quella di una persona celibe. Talvolta questa superiorità è tale che settanta rakʿat di preghiera compiute da un celibe non possono eguagliare due rakʿat di preghiera compiute da una persona sposata;[77] in alcune tradizioni si afferma persino che una persona sposata che dorme, proprio in virtù del matrimonio, è superiore a un celibe che digiuna e prega.[78]
Tra le espressioni più eloquenti con cui l’Islam sottolinea l’importanza del matrimonio vi è l’enunciazione dei frutti e dei benefici, materiali e spirituali, che ne derivano. In tal modo, da un lato, si manifesta il rango che il matrimonio occupa presso Dio e, dall’altro, si incoraggiano gli esseri umani a contrarlo. Su questa base, nella scuola islamica il matrimonio è presentato come fonte di abbondante sostentamento, di incremento della ricchezza e di prolungamento della vita, nonché come causa del rinvio della morte; nelle narrazioni si afferma inoltre che, al momento del matrimonio, le porte del cielo si aprono e la misericordia divina scende sulla terra.
Come è consuetudine tra gli esseri umani, uno dei modi per mostrare l’importanza di un’azione e incoraggiare la gente a compierla come modello sociale è che essa venga praticata da personalità eminenti e di spicco della comunità, come insegnanti, educatori, responsabili e governanti. Allo stesso modo, anche l’Islam, per chiarire il rango del matrimonio e incoraggiare le persone a compierlo, dichiara che il matrimonio è la condotta e la via dei Prediletti di Dio e dei Profeti. Se volete essere annoverati tra gli Imam della Guida e le Nobili Guide Infallibili (A), allora comportatevi come loro e prendete esempio da loro. Per questo, nella religione islamica, il Profeta (S) ricorda ai musulmani che nulla è più amato da Dio del matrimonio e che, se desiderate seguire la mia sunna e il mio metodo, sposatevi; e sappiate che se vi allontanate dal matrimonio, non potete essere considerati seguaci della mia via. Il Principe dei Credenti Ali (A) disse: «Sposatevi, poiché il matrimonio è la sunna del Messaggero di Dio (S), il quale diceva sempre: chiunque desideri seguire la mia sunna, sappia che il matrimonio è parte della mia sunna»[79]. Il Profeta dell’Islam ordinava ai giovani, maschi e femmine, di sposarsi quanto prima e, in un’altra espressione ancora più esplicita, dichiarava il matrimonio come sua sunna, considerando il suo abbandono un’uscita dal cerchio della sunna profetica: «Il matrimonio è la mia sunna, e chi disprezza la mia sunna non appartiene a me»[80]. In alcune espressioni questa insistenza raggiunge un tale grado che il Messaggero di Dio (S) afferma: «Chi vuole rimanere sulla mia natura originaria [la religione innata], deve comportarsi secondo la mia sunna, e uno degli elementi della mia sunna è appunto il matrimonio». È come se non sposarsi equivalesse a uscire dalla natura originaria e dalla religione del Sigillo dei Profeti (S).
L’Islam, con forte insistenza, ordina anche ai genitori e alla società di far sposare le figlie e i figli non sposati:
«E unite in matrimonio quelli di voi che non sono sposati e i virtuosi dei vostri servi e delle vostre serve. Se sono bisognosi, Dio li arricchirà della Sua grazia. E Dio è largo nel dare, sapiente».[81]
Ciò significa che la povertà non deve diventare un ostacolo al matrimonio, poiché considerarla tale è una tentazione satanica. Se ci lasciamo intimorire da questa ingannevole insinuazione, in realtà nutriamo cattivi pensieri nei confronti di Dio Generoso, e avere cattivi pensieri su Dio è un atto assai riprovevole. Il Signore dell’Universo ha promesso di alleviare le difficoltà di coloro che, pur essendo poveri, si sposano e di renderli indipendenti con la Sua grazia.
La libertà nell’Islam
﴿لاَ إِکْرَاهَ فِی الدِّینِ قَد تَّبَیَّنَ الرُّشْدُ مِنَ الْغَیِّ فَمَنْ یَکْفُرْ بِالطَّاغُوتِ وَ یُؤْمِن بِاللّهِ فَقَدِ اسْتَمْسَکَ بِالْعُرْوَه الْوُثْقَىَ لاَ انفِصَامَ لَهَا وَ اللّهُ سَمِیعٌ عَلِیمٌ﴾
«Non c’è costrizione nella Religione: la rettitudine si è ben distinta dall’errore. Ebbene, chi nega fede al Ṭāġūt [ogni cosa adorata od ubbidita in luogo di Dio] e crede in Dio, si è invero attenuto alla ‘Presa Salda’, che non si rompe mai. Dio è Colui che ascolta e sa [tutto]»[82]
Dio non ha costretto nessuno ad accettare la Sua religione e, fin dal primo passo, ha chiesto agli esseri umani di cercare, con un pensiero libero e profondo, la via migliore per la crescita e la perfezione del proprio corpo e del proprio spirito.
La religione islamica attribuisce grande valore alla libertà, al suo ruolo nella crescita della capacità di pensiero e di scelta dell’essere umano e nel miglioramento delle condizioni delle società. Il Corano incoraggia gli esseri umani ad ascoltare tutte le parole e a scegliere le migliori, affinché siano liberi nella scelta della propria via:
﴿الَّذینَ یَسْتَمِعُونَ الْقَوْلَ فَیَتَّبِعُونَ أَحْسَنَهُ أُولئِکَ الَّذینَ هَداهُمُ اللّهُ وَ أُولئِکَ هُمْ أُولُوا اْلأَلْبابِ﴾
«Coloro che ascoltano le parole e ne seguono il meglio. Quelli sono coloro che Dio ha guidato, e quelli sono i dotati di sano intelletto»[83]
Il significato della libertà e gli ostacoli che ne limitano l’esercizio hanno spinto molti pensatori alla riflessione, alla critica e al confronto di opinioni.
La libertà, intesa come totale assenza di vincoli e di ostacoli sul cammino dell’individuo e come possibilità per ciascuno di fare tutto ciò che desidera, non è mai stata considerata un valore da alcuna scuola, cultura o dottrina filosofica e sociale. Non si può infatti difendere una concezione della libertà che si traduca nella dissolutezza e nella totale assenza di limiti. Se infatti ipotizziamo che, nella società umana, ogni persona sia libera di fare qualunque cosa desideri senza alcun limite, questa stessa libertà finirebbe naturalmente per limitare quella di molti altri, privandoli della sicurezza, della serenità e appunto della possibilità di vivere liberamente. Dunque, una libertà umana in senso assoluto non è possibile.
Per limitare la libertà assoluta, gli esseri umani hanno stabilito delle leggi; ma anche queste sono il frutto dei desideri, delle aspirazioni e delle inclinazioni delle persone, poiché nelle società civili e democratiche è la maggioranza a determinarle, ritenendo giusto ciò che considera un bene. Tuttavia, la bontà di una legge non coincide necessariamente con la sua conformità ai valori umani. Sono infatti i desideri e le aspirazioni della maggioranza a dare origine alle leggi e all’ordinamento, che delimitano le libertà pubbliche entro determinati confini. Pertanto, gli ostacoli all’esercizio della libertà possono provenire tanto dall’esterno dell’essere umano quanto dal suo stesso interno. Da un lato, limiti come quelli imposti dalle leggi possono essere considerati ostacoli positivi; dall’altro, il potere dei colonizzatori e degli oppressori, le discriminazioni e le ingiustizie, che privano gli individui più deboli e sottomessi della loro libertà, costituiscono ostacoli negativi.
Accanto agli ostacoli esterni, esistono anche ostacoli interiori, e nelle religioni divine vi sono numerosi insegnamenti riguardo a questi impedimenti interni alla libertà dell’essere umano: caratteristiche che lo trascinano verso la debolezza, l’umiliazione, la sottomissione e l’inattività; morali corrotte, passioni, egoismi, rancori e desideri vani; in sintesi, tutte quelle forze interiori che lo distolgono dalla crescita e dalla perfezione spirituale. Perché una persona sia davvero libera, non basta che non sia sotto il dominio di un altro essere umano o di un governo tirannico, ma è necessario che non sia neppure sotto il dominio delle proprie forze negative. L’essere umano che, a causa della debolezza, della paura, dell’avidità, della cupidigia e delle passioni carnali, si vede costretto a limitare la propria crescita spirituale, in realtà non è libero.
Pertanto, il primo e più alto significato della libertà è la liberazione dello spirito umano dalle passioni, dai vizi e dai vincoli materiali ed egoistici. Dal punto di vista dell’Islam e delle altre autentiche religioni divine, l’uomo libero è colui che non è prigioniero dei propri desideri e delle proprie pulsioni egoistiche.
Dal punto di vista del Corano, l’essere umano è una creatura che, innanzitutto, è libera nella scelta della via della guida e della propria religione. Nel terzo versetto della Sura al-Insān, dopo aver descritto l’uomo come dotato di udito e vista, afferma:
﴿إِنَّا هَدَيْنَاهُ السَّبِيلَ إِمَّا شَاكِرًا وَ إِمَّا كَفُورًا﴾
«In verità, Noi gli abbiamo indicato la [Retta] Via, grato od ingrato»[84]
In base a questo nobile versetto, l’essere umano è libero di scegliere questa via: ha la facoltà di accoglierla oppure di rifiutarla. Pertanto, una delle caratteristiche fondamentali dell’essere umano nella determinazione del proprio destino è proprio la libertà.
L’essere umano è stato creato in modo tale da poter cambiare il proprio destino ogniqualvolta lo desideri. Per questo, la legge divina stabilisce che, finché le società umane non cercano di cambiare la condizione della propria vita, Dio non apporterà alcun cambiamento in essa:
﴿إِنَّ اللَّهَ لَا يُغَيِّرُ مَا بِقَوْمٍ حَتَّىٰ يُغَيِّرُوا مَا بِأَنْفُسِهِمْ﴾
«In verità Dio non cambia ciò che v’è in una gente finché essi non cambiano ciò che v’è in loro stessi»[85]
Poiché l’essere umano, per sua natura, conosce il bene e il male e sa distinguerli l’uno dall’altro e, riflettendo sulle azioni, sui comportamenti e sulle vicende della vita, può discernere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, egli è in grado di determinare liberamente il proprio destino individuale e sociale. Dio, nella Sura al-Shams, dopo aver giurato sul sole e sulla luna, sul giorno e sulla notte, sul cielo e sulla terra, giura sull’anima umana e afferma:
﴿فَأَلْهَمَهَا فُجُورَهَا وَتَقْوَاهَا﴾
«E le ha ispirato la sua empietà e la sua pietà»[86]
Pertanto, nel pensiero divino e islamico, la libertà non è un valore assoluto, bensì relativo; ciò significa che non costituisce un fine in sé, ma un mezzo. Essa acquista significato in relazione ad altri concetti, quali la crescita, la perfezione, il compimento delle buone azioni e l’attuazione della giustizia. La libertà è dunque uno strumento al servizio della crescita e della perfezione dell’essere umano, della società, dello Stato e dell’ordine internazionale.
L’assenza di discriminazione nell’Islam
﴿يَا أَيُّهَا النَّاسُ اتَّقُوا رَبَّكُمُ الَّذِی خَلَقَكُمْ مِنْ نَفْسٍ وَاحِدَةٍ وَ خَلَقَ مِنْهَا زَوْجَهَا وَ بَثَّ مِنْهُمَا رِجَالًا كَثِيرًا وَ نِسَاءً﴾
«O uomini, temete il vostro Signore, che vi ha creati da un’anima unica, e da essa ha creato la sua sposa, e da loro ha sparso [sulla terra] molti uomini e donne»[87]
Il Nobile Profeta dell’Islam (S) disse:
«يَا أَيُّهَا النَّاسُ، أَلَا إِنَّ رَبَّكُمْ وَاحِدٌ، وَإِنَّ أَبَاكُمْ وَاحِدٌ، أَلَا لَا فَضْلَ لِعَرَبِيٍّ عَلَى أَعْجَمِيٍّ، وَلَا لِعَجَمِيٍّ عَلَى عَرَبِيٍّ، وَلَا لِأَحْمَرَ عَلَى أَسْوَدَ، وَلَا أَسْوَدَ عَلَى أَحْمَرَ إِلَّا بِالتَّقْوَى»
«O uomini, sappiate che il vostro Signore è uno solo e che vostro padre [Adamo] è uno solo. Sappiate che non vi è alcuna superiorità dell’arabo sul non arabo, né del non arabo sull’arabo, né del nero sul rosso, né del rosso sul nero, se non alla luce della pietà [taqwā]»[88]
Disse inoltre: «In verità Dio non guarda alle vostre razze, alle vostre famiglie, ai vostri corpi e alle vostre ricchezze, ma guarda ai vostri cuori; e colui che possiede un cuore retto viene avvolto dalla Sua benevolenza e misericordia. Voi siete tutti figli di Adamo, e il più amato da Dio tra voi è colui che è il più pio».[89]
Le differenze tra gli esseri umani in termini di colore, razza, etnia e nazionalità costituiscono una delle realtà innegabili delle società umane; tuttavia, le discriminazioni ingiuste, che feriscono lo spirito e l’animo delle persone, sono sempre esistite nella storia dell’umanità, e fattori come la razza, l’etnia, il colore della pelle, il denaro e la ricchezza, la forza e il potere sono stati utilizzati per giustificare questo fenomeno riprovevole e creare sistemi classisti. Queste discriminazioni sono state all’origine di molte guerre e spargimenti di sangue e, inoltre, hanno rappresentato una delle principali cause dell’arretratezza di alcune società, impedendo lo sviluppo e la fioritura di talenti che, a causa della discriminazione, non hanno avuto l’opportunità di esprimersi. Sebbene la coscienza umana non abbia mai accettato le sofferenze inflitte dal sistema classista, i prepotenti, i detentori di ricchezze, i fautori di privilegi illusori di casta e coloro che non hanno mai sperimentato il dolore dell’umanità hanno imposto tale iniquo sistema alle masse oppresse della terra.
Il Nobile Corano annovera tra i segni di Dio le differenze tra gli esseri umani, nella lingua, nel colore della pelle e in altri aspetti, e afferma:
﴿وَمِنْ آيَاتِهِ خَلْقُ السَّمَاوَاتِ وَالْأَرْضِ وَاخْتِلَافُ أَلْسِنَتِكُمْ وَأَلْوَانِكُمْ إِنَّ فِي ذَٰلِكَ لَآيَاتٍ لِلْعَالِمِينَ﴾
«E [uno] dei Suoi segni è la creazione dei cieli e della terra, e la diversità delle vostre lingue e dei vostri colori. In verità, in ciò vi sono di certo dei segni per i sapienti».[90]
Inoltre, indica nelle diversità degli esseri umani un mezzo affinché essi possano conoscersi a vicenda:
﴿يَا أَيُّهَا النَّاسُ إِنَّا خَلَقْنَاكُمْ مِنْ ذَكَرٍ وَ أُنْثَىٰ وَ جَعَلْنَاكُمْ شُعُوباً وَ قَبَائِلَ لِتَعَارَفُوا إِنَّ أَكْرَمَكُمْ عِنْدَ اللَّهِ أَتْقَاكُمْ إِنَّ اللَّهَ عَلِيمٌ خَبِيرٌ﴾
«O uomini, in verità Noi vi abbiamo creato da un maschio e da una femmina, e abbiamo fatto di voi genti e tribù affinché vi conosciate a vicenda. In verità, il più nobile di voi presso Dio è il più timorato di voi. In verità, Dio è sapiente, informato»[91]
Tuttavia, alcuni individui, prendendo a pretesto queste differenze, si sono vantati della propria superiorità nei confronti dei loro simili, li hanno privati dei diritti umani fondamentali e li hanno sottoposti a varie forme di discriminazione — e continuano tuttora a farlo.
La società islamica è contraria a ogni discriminazione razziale e in essa regnano l’uguaglianza, la parità e la fraternità. Con la sua comparsa, l’Islam portò il messaggio dell’uguaglianza e della parità, abolendo e annullando tutti i privilegi illusori e di casta. Dal punto di vista islamico, gli esseri umani, in quanto creature e in quanto uomini, sono uguali tra loro e, su questa base, godono degli stessi diritti umani. Gli uomini, oltre a essere uguali nella «creazione e nell’essere uomini», sono uguali anche nei «diritti sociali»; fattori come la razza, la ricchezza, il potere, il colore della pelle, la posizione familiare, tribale o professionale non possono in alcun modo mettere in discussione questa uguaglianza.
Rivolgendo lo sguardo alla storia antica dei diversi Paesi, si constata che il sistema della discriminazione razziale e della schiavitù era diffuso fin dai tempi più remoti ed è proseguito persino fino al XX secolo; anche l’Islam, al momento della sua comparsa, accettò, inizialmente, il sistema della schiavitù, ma tale accettazione avvenne in particolari condizioni storiche, poiché la schiavitù aveva radici profonde nella cultura dei popoli arabi e non arabi di quell’epoca e una lotta immediata contro un problema sociale così antico e radicato non era possibile, sicché non vi era altra via se non quella di contrastarlo gradualmente. Inoltre, nell’Islam la schiavitù era limitata ai prigionieri di guerra e, inizialmente, questa pratica era considerata l’unico modo saggio e giusto di affrontare la situazione; attraverso questo sistema, l’Islam prendeva in custodia i prigionieri appartenenti a popoli non credenti e, infondendo in loro lo spirito dell’educazione islamica, li integrava gradualmente, nel corso degli anni, nella società islamica libera. Per questo motivo, pur avendo riconosciuto l’esistenza della schiavitù, l’Islam stabilì un solido insieme di norme, tutte orientate alla tutela dei diritti e degli interessi degli schiavi e finalizzate alla loro liberazione; oltre a introdurre regole obbligatorie per l’affrancamento, esortò con forza i musulmani a rispettarne i diritti e a trattarli con gentilezza e benevolenza. Per tale ragione, secondo quanto riportato anche da alcuni studiosi non musulmani, il comportamento dei popoli islamici nei confronti degli schiavi fu, rispetto a quello di altre nazioni, il più giusto e umano, al punto che gli schiavi erano considerati membri della famiglia e vivevano in condizioni di dignità. A questo proposito, Gustave Le Bon, medico, sociologo, antropologo e psicologo sociale francese (1841–1931), afferma:
«Ciò che è certo è che lo schiavo presso i musulmani non si trova nella stessa condizione in cui si trovava presso i cristiani, e la situazione degli schiavi in Oriente è di gran lunga migliore di quella dei domestici e delle serve in Europa. Gli schiavi fanno parte della famiglia e arrivano talvolta, come abbiamo già visto, a sposare una delle figlie del loro padrone e possono raggiungere le più alte cariche. In Oriente, nessuna idea umiliante è associata alla condizione di schiavo, e a ragione si è detto che lo schiavo è più vicino al suo padrone di quanto non lo sia un domestico presso di noi».[92]
La liberazione degli schiavi, dal punto di vista islamico, possiede un valore e un merito così grandi che la ricompensa di molte opere buone è stata paragonata a quella dell’affrancamento di uno schiavo; ancor più importante, l’atto di liberare uno schiavo è considerato nell’Islam un vero e proprio atto di culto. L’Imam Ali (A), infatti, liberò mille schiavi acquistati esclusivamente per ottenere il compiacimento di Dio, pagandone il prezzo con il frutto del proprio duro lavoro nei campi; e ciò mentre il nutrimento quotidiano della sua famiglia consisteva soltanto in olio, aceto e datteri, ed egli stesso non indossava altro che un abito di tela grezza.[93]
Dunque, grazie alle norme giuridiche ed etiche stabilite dall’Islam, il sistema della schiavitù venne gradualmente sradicato tra i musulmani; per questo motivo, le norme relative alla schiavitù vanno considerate un insieme di disposizioni temporanee e contingenti, e non parte delle leggi e delle prescrizioni islamiche permanenti destinate a valere in ogni tempo.
Economia islamica
﴿یَا أَیُّهَا الَّذِینَ آمَنُوا لَا تَأْكُلُوا أَمْوَالَكُمْ بَیْنَكُمْ بِالْبَاطِلِ إِلَّا أَنْ تَكُونَ تِجَارَةً عَنْ تَرَاضٍ مِنْكُمْ﴾
«O voi che avete creduto, non mangiate illecitamente i vostri beni tra di voi, a meno che non si tratti di [lecito] commercio di comune accordo fra voi»[94]
È naturale aspettarsi che i principi di una retta condotta di vita, del guadagno lecito e della gestione degli affari economici della società siano presenti nell’Islam, in quanto religione completa e dinamica, capace di formare l’uomo e di garantirne la felicità terrena e ultraterrena. L’importanza delle questioni economiche nell’Islam non risiede soltanto nel fatto che senza di esse non è possibile assicurare la libertà, l’indipendenza e la vita materiale delle comunità, ma soprattutto nel loro stretto legame con i fondamenti della società e, in particolare, con le questioni morali e spirituali.
Benché la sharia islamica non sia considerata una scuola economica al pari delle altre scuole economiche, occorre tuttavia ricavare, alla luce dei versetti del Nobile Corano, delle tradizioni islamiche e delle regole generali della giurisprudenza, gli obiettivi generali, la struttura, i metodi e le politiche operative di un sistema economico divino, per poi presentarli all’umanità.
Il sistema economico dell’Islam
Ogni scuola economica nasce per perseguire determinati obiettivi; se questi, col passare del tempo, non vengono realizzati, quanto più la scuola si rafforza esteriormente, tanto più le sue radici si corrompono e diventano fragili, fino a mostrare ben presto i segni del proprio crollo. Una chiara determinazione degli obiettivi consente invece di organizzare la struttura e i metodi di attuazione in modo da adattarli ai mutamenti delle condizioni di tempo e di luogo nelle diverse società umane, pur sempre nel rispetto dei principi e degli scopi generali.
Ad esempio, in una visione generale, le risorse finanziarie nell’Islam si dividono in risorse fisse e variabili e vengono raccolte in un luogo chiamato Bayt al-Māl (il tesoro pubblico islamico). Le risorse fisse hanno un ammontare determinato e un impiego specifico, e la loro quantità e destinazione sono state stabilite nel Corano e nella Sunna. Tra le principali risorse fisse del sistema finanziario islamico vi sono il khums, la zakāt, il fayʾ e gli anfāl.
Le risorse variabili, invece, sono affidate all’autorità del governante della comunità islamica, che può determinarne l’entità e le modalità di impiego e, se necessario, introdurre persino un’imposta specifica, in base alle circostanze e agli interessi dei musulmani. Tra le principali risorse variabili del sistema economico islamico si annoverano la jizya (tributo imposto ai non musulmani sotto protezione islamica), il kharāj (imposta fondiaria), le imposte governative, l’iqṭāʿ (concessione, da parte del governante islamico, di terre, dei relativi benefici o di luoghi destinati ad attività economiche), le ʿaṭāyā (sussidi o stipendi mensili o annuali) e l’ʿushr (un decimo riscosso sulle merci commerciali).
Tenendo conto di queste risorse fisse e variabili e alla luce degli obiettivi generali del sistema economico islamico, è possibile delineare una scuola economica dinamica, capace di adattarsi alle diverse condizioni e ai mutamenti dei tempi. Gli obiettivi generali del sistema economico islamico sono i seguenti:
1. Garantire la felicità dell’uomo in questa vita e nell’Aldilà
Dal punto di vista islamico, un credente sincero non può, con il pretesto di conseguire la felicità nell’Aldilà, trascurare la vita terrena, il lavoro, l’impegno per il sostentamento della propria famiglia e il contributo al progresso economico della comunità islamica; così come, con il pretesto delle necessità della vita mondana, non può abbandonare l’adorazione di Dio, l’aiuto al prossimo e il percorso di perfezionamento spirituale.
﴿قُل مَن حَرَّمَ زینَةَ اللَّهِ الَّتی أَخرَجَ لِعِبادِهِ وَ الطَّیِّباتِ مِنَ الرِّزقِ قُل هِیَ لِلَّذینَ آمَنوا فِی الحَیاةِ الدُّنیا خالِصَةً یَومَ القِیامَةِ کَذٰلِکَ نُفَصِّلُ الآیاتِ لِقَومٍ یَعلَمونَ﴾
«Di’: “Chi ha proibito l’ornamento di Dio, che Egli ha creato per i Suoi servi, e le ṭayyibāt [cose pure e buone] della Sua provvidenza?!”. Di’: “Nella vita terrena, appartengono a coloro che hanno creduto, [e] puramente [ad essi] nel Giorno della Resurrezione”. Così esponiamo dettagliatamente i [Nostri] segni per gente che sa»[95]
﴿و لَوْ أَنَّ أَهْلَ الْقُری آمَنُوا وَ اتَّقَوْا لَفَتَحْنا عَلَيْهِمْ بَرَکاتٍ مِنَ السَّماءِ وَ الْأَرْضِ﴾
«E se la gente delle città avesse creduto e fosse stata timorata [di Dio], in verità, avremmo riversato su di loro benedizioni dal cielo e dalla terra»[96]
L’Imam Ṣādiq (A) disse:
«لَیْسَ مِنَّا مَنْ تَرَکَ دُنْیَاهُ لآِخِرَتِهِ وَ لَا آخِرَتَهُ لِدُنْیَاهُ»
«Chi abbandona la sua vita terrena per l’Aldilà, o l’Aldilà per la vita terrena, non appartiene a noi»[97]
2. Stabilire la giustizia ed eliminare ogni discriminazione
Nel Nobile Corano è detto:
﴿إِنَّ اللَّهَ يَأْمُرُ بِالْعَدْلِ وَ الْإِحْسَانِ﴾
«In verità, Dio ordina la giustizia e la pratica del bene»[98]
﴿يَا أَيُّهَا الَّذِينَ آمَنُوا كُونُوا قَوَّامِينَ لِلَّهِ شُهَدَاءَ بِالْقِسْطِ وَ لَا يَجْرِمَنَّكُمْ شَنَآنُ قَوْمٍ عَلَىٰ أَلَّا تَعْدِلُوا اعْدِلُوا هُوَ أَقْرَبُ لِلتَّقْوَىٰ وَ اتَّقُوا اللَّهَ إِنَّ اللَّهَ خَبِيرٌ بِمَا تَعْمَلُونَ﴾
«O voi che avete creduto, levatevi sempre per Dio, [siate sempre] testimoni secondo giustizia, e non vi spinga all’ingiustizia l’odio per una gente. Siate equi: l’equità è più vicina al Timore [di Dio]. Temete Dio, ché, in verità, Dio conosce bene quello che fate»[99]
3. Rispetto della dignità umana e dei diritti della gente
﴿وَ لَقَدْ کَرَّمْنا بَني آدَمَ وَ حَمَلْناهُمْ فِي الْبَرِّ وَ الْبَحْرِ وَ رَزَقْناهُمْ مِنَ الطَّيِّباتِ وَ فَضَّلْناهُمْ عَلي کَثيرٍ مِمَّنْ خَلَقْنا تَفْضيلاً﴾
«E abbiamo invero onorato i figli di Adamo, e li abbiamo portati per la terraferma e il mare, e li abbiamo provvisti delle ṭayyibāt [cose pure e buone], e li abbiamo fatti eccellere pienamente su molti di quelli che abbiamo creato»[100]
«وَ أَشْعِرْ قَلْبَكَ الرَّحْمَةَ لِلرَّعِيَّةِ وَ الْمَحَبَّةَ لَهُمْ وَ اللُّطْفَ بِهِمْ وَ لَا تَكُونَنَّ عَلَيْهِمْ سَبُعاً ضَارِياً تَغْتَنِمُ أَكْلَهُمْ، فَإِنَّهُمْ صِنْفَانِ: إِمَّا أَخٌ لَكَ فِي الدِّينِ وَ إِمَّا نَظِيرٌ لَكَ فِي الْخَلْقِ»
«Fa’ che la benevolenza verso i sudditi, l’amore per loro e la gentilezza nei loro confronti siano il motto del tuo cuore. Non essere mai come una bestia feroce che considera un bottino il divorarli, poiché essi sono di due categorie: o sono tuoi fratelli nella religione, oppure tuoi simili nella creazione»[101]
4. Impegno nel guadagno lecito e nel dare valore al lavoro e all’impegno
Il Profeta dell’Islam (S) disse:
«إنَّ العِبادَةَ عَشرَةُ أجزاءٍ تِسعَةٌ منها طَلَبُ الحَلالِ»
«L’adorazione è composta di dieci parti: nove di esse sono la ricerca del sostentamento lecito»[102]
«طَلَبَ الحَلالِ فَریضَةٌ عَلی کُلِّ مُسلِمٍ وَ مُسْلِمَةٍ»
«Andare in cerca del sostentamento lecito è dovere di ogni uomo musulmano e donna musulmana»[103]
«إنَّ اللهَ يُبغِضُ الشّابَّ الفارِغَ»
«In verità, Dio detesta il giovane nullafacente»[104]
«الکادُّ لِعِیالِهِ کَالْمُجاهدِ فی سَبیلِ الله»
«Chi si sforza per [procurare lecitamente i mezzi di sostentamento per] la propria famiglia è come colui che combatte sulla via di Dio»[105]
L’Imam Ṣādiq (S) disse: «Combattere con la spada è più facile che procurarsi il sostentamento lecito».[106]
5. Istituzione di un sistema economico libero dall’usura e impegno per la produzione e la partecipazione popolare
﴿الَّذينَ يَأْکُلُونَ الرِّبا لا يَقُومُونَ إِلاَّ کَما يَقُومُ الَّذي يَتَخَبَّطُهُ الشَّيْطانُ مِنَ الْمَسِّ ذلِکَ بِأَنَّهُمْ قالُوا إِنَّمَا الْبَيْعُ مِثْلُ الرِّبا وَ أَحَلَّ اللَّهُ الْبَيْعَ وَ حَرَّمَ الرِّبا فَمَنْ جاءَهُ مَوْعِظَةٌ مِنْ رَبِّهِ فَانْتَهي فَلَهُ ما سَلَفَ وَ أَمْرُهُ إِلَي اللَّهِ وَ مَنْ عادَ فَأُولئِکَ أَصْحابُ النَّارِ هُمْ فيها خالِدُونَ؛ يَمْحَقُ اللَّهُ الرِّبا وَ يُرْبِي الصَّدَقاتِ وَ اللَّهُ لا يُحِبُّ کُلَّ کَفَّارٍ أَثيمٍ﴾
«Coloro che praticano l’usura, non sorgeranno [dalle tombe] se non come sorge chi, colpito da Satana, sia stato reso pazzo da lui. E questo perché dicono: “Il commercio è come l’usura!”, mentre Dio ha permesso il commercio e ha proibito l’usura. Ora, a chi giunge un monito dal proprio Signore e desiste [dal praticare l’usura], a lui appartiene ciò che è passato e il suo caso dipende da Dio. [Ma] quelli che ritornano [a praticare l’usura], ebbene, essi sono la gente del Fuoco, nel quale rimarranno in eterno. Dio scema l’usura e fa fruttare le elemosine. Dio non ama nessun ingrato peccatore»[107]
6. Tutela dell’ambiente e istituzione di un sistema fiscale giusto
La tutela dell’ambiente e della natura è uno degli insegnamenti più ricorrenti dell’Islam. Nei versetti coranici e negli hadith, ai musulmani viene ripetutamente raccomandato di custodire con tutto il cuore e l’anima questi preziosi doni divini. Qui, citando un passo del Nahj al-Balāghah in cui l’Imam Ali (A) rivolge a uno dei suoi governatori alcune raccomandazioni su questo tema, conosceremo la visione dell’Islam in merito:
«Devi preoccuparti della prosperità della terra più che della riscossione delle imposte, poiché queste non si ottengono se non grazie alla prosperità della terra; chi pretende di riscuoterle senza preoccuparsi di renderla fertile distrugge le città e la gente, e il suo governo non durerà a lungo.
Ogni volta che ti giungeranno lamentele per il peso delle imposte, per una calamità che abbia colpito i raccolti, per l’interruzione dell’approvvigionamento idrico, per la mancanza di pioggia o per un mutamento delle condizioni della terra, dovuto a inondazioni o siccità, alleggerisci il loro carico nella misura in cui speri che la loro condizione possa migliorare. E non ti pesi ridurre le imposte, poiché ciò costituirà una riserva per la prosperità delle tue contrade e un ornamento per il tuo governo: ti procurerai la loro lode e gioia nel cuore per aver diffuso la giustizia tra loro e, confidando nella loro maggiore capacità grazie al benessere che avrai loro assicurato e alla fiducia che avranno maturato nella tua equità e nella tua mitezza, ti sarai costruito un solido sostegno.
Spesso accade che sorgano difficoltà tali che, se farai affidamento su di loro per affrontarle, essi le sopporteranno di buon animo; infatti, quando le contrade prosperano, la gente sopporta volentieri ciò che le viene imposto. La rovina della terra deriva invece dalla miseria dei suoi abitanti, e questi cadono in miseria quando l’unico pensiero dei governanti è accumulare ricchezze, quando non sono certi di poter restare al potere e traggono scarso insegnamento da ciò che dovrebbe essere per loro motivo di ammonimento».[108]
7. Lotta contro la povertà e assistenza ai bisognosi
L’Imam Ali (A) disse:
«إِنَّ اللَّهَ سُبْحَانَهُ فَرَضَ فِي أَمْوَالِ الْأَغْنِيَاءِ أَقْوَاتَ الْفُقَرَاء فَمَا جَاعَ فَقِيرٌ إِلَّا بِمَا مُتِّعَ بِهِ غَنِيٌّ وَ اللَّهُ تَعَالَى سَائِلُهُمْ عَنْ ذَلِكَ»
«In verità, Dio — puro e immune da ogni colpa e difetto — ha imposto nei beni dei ricchi gli alimenti dei poveri; nessun povero soffre dunque la fame se non a causa di ciò di cui un ricco ha goduto; e Dio, l’Altissimo, chiederà loro conto di ciò»[109]
﴿وَ لَا تَقْرَبُوا مَالَ الْيَتِيمِ إِلَّا بِالَّتِي هِيَ أَحْسَنُ حَتَّىٰ يَبْلُغَ أَشُدَّهُ وَ أَوْفُوا الْكَيْلَ وَ الْمِيزَانَ بِالْقِسْطِ﴾
«E non avvicinatevi ai beni dell’orfano di padre se non nel modo migliore, finché non raggiunge la sua maturità. E date in modo completo la misura e il peso, con giustizia»[110]
Passiamo in rassegna un’altra parte del Comando del Principe dei Credenti Ali (A) a Mālik al-Ashtar:
«Ricordati sempre di Dio riguardo alle classi più umili e bisognose della società, che non hanno alcun rimedio: gli invalidi, i poveri, gli afflitti e i sofferenti. Tra questi disagiati vi sono alcuni che conservano la propria dignità e altri che tendono la mano. Custodisci dunque, per compiacere Dio, il diritto che Egli ha stabilito per loro: destina alle classi più umili, in ogni città, una parte del Bayt al-Māl (il tesoro pubblico islamico) e una parte delle messi delle terre conquistate dall’Islam, poiché tanto ai musulmani più lontani quanto ai più vicini spetta una quota uguale, e tu sei responsabile di garantirla. Non permettere che l’ebbrezza del potere ti distolga dal prenderti cura dei bisognosi. Le grandi e numerose incombenze non sono una scusa per trascurare le responsabilità minori. Pensa sempre ai loro problemi e non voltare loro le spalle. Occupati soprattutto di coloro che non si vedono, che gli altri disprezzano e che hanno meno accesso a te. Per prenderti cura di questa gente, scegli persone di tua fiducia, timorate di Dio e umili, affinché esaminino le loro condizioni e te ne riferiscano. Poi intervieni per risolvere i loro problemi, così da avere una valida giustificazione davanti a Dio; perché questa classe, tra i sudditi, ha più bisogno di giustizia delle altre... Ho sentito più volte il Messaggero di Dio (S) dire: “Un popolo che non strappa senza esitazione e senza scuse il diritto dei deboli dalle mani dei potenti non conseguirà mai la salvezza”».[111]
8. Lotta contro lo spreco e il lusso ostentato e diffusione della cultura della vita semplice e della sobrietà
﴿کُلُوا مِنْ ثَمَرِهِ إِذا أَثْمَرَ وَ آتُوا حَقَّهُ يَوْمَ حَصادِهِ وَ لا تُسْرِفُوا إِنَّهُ لا يُحِبُّ الْمُسْرِفينَ﴾
«Mangiate [dunque] dei suoi frutti quando dà frutti, e date [quanto è] suo diritto il giorno della raccolta, e non eccedete, ché, in verità, Egli non ama coloro che eccedono»[112]
﴿وَ آتِ ذَا الْقُرْبي حَقَّهُ وَ الْمِسْکينَ وَ ابْنَ السَّبيلِ وَ لا تُبَذِّرْ تَبْذيراً۞ إِنَّ الْمُبَذِّرينَ کانُوا إِخْوانَ الشَّياطينِ وَ کانَ الشَّيْطانُ لِرَبِّهِ کَفُوراً﴾
«E dai ai parenti [quello che spetta] loro [di] diritto, e [così] al povero e all’ibnu-s-sabīl [la persona che è in viaggio, e che, per mancanza di mezzi, non è in grado di proseguire], e non dissipare affatto! In verità, i dissipatori sono fratelli dei diavoli, e Satana è assai ingrato al suo Signore»[113]
9. Creazione di un sistema ordinato, rispetto della legge e lotta contro l’illegalità
L’attenzione al rispetto della legge e alla salvaguardia dell’ordine pubblico nella società, secondo i nobili insegnamenti dell’Islam, è tale che l’Imam Ali (A), nella sua ultima raccomandazione, dopo aver esortato al timor di Dio, raccomanda di mantenere l’ordine negli ambiti individuale e sociale:
«أُوصِيكُمَا وَ جَمِيعَ وُلْدي (وَلَدِي) وَ أَهْلِي وَ مَنْ بَلَغَهُ كِتَابِي بِتَقْوَى اللهِ وَ نَظْمِ أَمْرِكُمْ»
«Raccomando a voi due [l’Imam Hasan e l’Imam Husayn] e a tutti i miei figli e a chiunque riceva il mio scritto, il timor di Dio e l’ordine nei vostri affari»[114]
Allo stesso modo, egli, riguardo alla necessità che tutti osservino la legge e al rigetto di qualsiasi privilegio o rendita speciale, si rivolse a uno dei suoi funzionari che aveva commesso un’infrazione, dicendo:
«Ti avevo reso partecipe del deposito che mi era stato affidato [la successione del Profeta nella guida dei musulmani] e ti avevo fatto mio intimo confidente... ma, non appena hai visto che le circostanze del tempo erano cambiate, hai approfittato dell’occasione e ti sei appropriato del Bayt al-Māl (il tesoro pubblico islamico)... Giuro su Dio che se persino Hasan e Husayn avessero fatto altrettanto, non avrebbero ricevuto da me alcun sostegno né alcun favore, né avrebbero potuto ottenere da me alcuna concessione, e infine avrei fatto valere il diritto e rimosso l’ingiustizia da loro commessa».[115]
«أُذِنَ لِلَّذينَ يُقاتَلُونَ بِأَنَّهُمْ ظُلِمُوا وَ إِنَّ اللَّهَ عَلي نَصْرِهِمْ لَقَديرٌ»
«A coloro che vengono combattuti è stato permesso [di combattere], perché essi sono stati oppressi. E, in verità, Dio è davvero capacissimo di soccorrerli»[116]
«إِنَّ النَّاسَ إِذَا رَأَوا الظَّالِمَ فَلَمْ يَأْخُذُوا عَلَى يَدَيْهِ أَوْشَكَ أَنْ يَعُمَّهُمُ اللَّه بِعِقَابٍ مِنْهُ»
«In verità, quando gli uomini vedono l’oppressore e non lo fermano, Dio non tarderà a estendere a tutti loro un castigo da parte Sua»[117]
Continua…
Note
[1]. «Lā yukallifu’llāhu nafsan illā wusʿahā». (Corano: Sura al‑Baqarah (2), versetto 286)
[2]. «Wa mā jaʿala ʿalaykum fī’d-dīni min ḥaraj». (Corano: Sura al‑Ḥajj (22), versetto 78)
[3]. Corano: Sura al‑Aḥzāb (33), versetto 35.
[4]. Corano: Sura Āl ʿImrān (3), versetto 191.
[5]. Corano: Sura al‑Raʿd (13), versetto 28.
[6]. Corano: Sura Ibrāhīm (14), versetto 40.
[7]. Corano: Sura Maryam (19), versetto 55.
[8]. Corano: Sura Ṭāhā (20), versetto 14.
[9]. Corano: Sura Āl ʿImrān (3), versetto 39.
[10]. Corano: Sura Maryam (19), versetto 31.
[11]. La pubertà segna la fine dell’infanzia e l’ingresso dell’individuo nell’età in cui è tenuto a osservare le norme della legge religiosa. Nell’Islam sono stati stabiliti alcuni segni per riconoscere il raggiungimento della pubertà: la presenza anche di uno solo di essi è considerata prova sufficiente della maturità religiosa.
[12]. ʿUyūn akhbār al-Riḍā (A), vol. 1, p. 300.
[13]. Nahj al-Balāghah, Lettera 27.
[14]. Biḥār al-Anwār, vol. 82, p. 319.
[15]. Corano: Sura al-Baqara (2), versetto 183.
[16]. Corano: Sura al-Baqara (2), versetto 185.
[17]. Biḥār al-Anwār, vol. 93, p. 35.
[18]. Man lā yaḥḍuruhu al‑faqīh, vol. 2, p. 75.
[19]. Al-Kāfī, vol. 2, p. 639.
[20]. Corano: Sura al-Māʾida (5), versetto 55.
[21]. Wasāʾil al‑Shīʿa, vol. 6, p. 6.
[22]. Corano: Sura Anfāl (8), versetto 41.
[23]. Genesi, capitoli 41‑47.
[24]. Corano: Sura al-Ḥajj (22), versetti 26‑28.
[25]. Corano: Sura Āl ʿImrān (3), versetto 96.
[26]. Corano: Sura al-Ḥajj (22), versetto 39-40.
[27]. Corano: Sura al‑Ḥajj (22), versetto 40.
[28]. Corano: Sura al-Baqara (2), versetto 193.
[29]. Corano: Sura al-Ḥujurāt (49), versetto 9.
[30]. Corano: Sura al‑ʿImrān (3), versetto 104.
[31]. Corano: Sura al‑Tawba (9), versetto 71.
[32]. Corano: Sura al‑Shūrā (42), versetto 23.
[33]. Corano: Sura Sabaʾ (34), versetto 47.
[34]. Al‑Kāfī, vol. 2, p. 126.
[35]. Kashf al‑Asrār, vol. 2, p. 83.
[36]. Corano: Sura al‑Baqarah (2), versetti 166‑167.
[37]. Corano: Sura al‑Mujādila (58), versetto 22.
[38]. Corano: Sura al‑Baqarah (2), versetto 172.
[39]. Corano: Sura al‑Baqarah (2), versetto 173.
[40]. Wasāʾil al-Shīʿa, capitoli sugli alimenti leciti, capitolo 10, hadith 3 e 5.
[41]. Ibidem, capitolo 12, hadith 3.
[42]. Biḥār al-Anwār, vol. 62, p. 294.
[43]. Al-Maḥāsin, vol. 2, p. 470.
[44]. Corano: Sura al-Māʾida (5), versetto 91.
[45]. Al-Kāfī, vol. 6, p. 295.
[46]. Bihār al-Anwār, vol. 62, p. 267.
[47]. Corano: Sura al-Māʾida (5), versetto 8.
[48]. Corano: Sura al-Ṣaff (61), versetto 3.
[49]. Corano: Sura al-Ḥujurāt (49), versetti 1-5.
[50]. Corano: Sura al-Isrāʾ (17), versetti 23-24.
[51]. Corano: Sura al-Baqara (2), versetto 83; Sura al-Isrāʾ (17), versetto 53.
[52]. Corano: Sura al-Ḥujurāt (49), versetto 11-12.
[53]. Corano: Sura al-Mujādila (58), versetti 7–10.
[54]. Corano: Sura al-Māʾida (5), versetto 2.
[55]. Corano: Sura al-Tawba (9), versetto 128.
[56]. Corano: Sura al-Shuʿarāʾ (26), versetto 3.
[57]. Corano: Sura al-Maʿārij (70), versetto 24; Sura al-Baqara (2), versetto 245.
[58]. Corano: Sura al-Shūrā (42), versetto 38.
[59]. Corano: Sura al-Qalam (68), versetto 3.
[60]. Corano: Sura Āl ʿImrān (3), versetto 159.
[61]. Corano: Sura al-Inshirāḥ (94), versetto 1.
[62]. Corano: Sura al-Tawba (9), versetto 61.
[63]. Corano: Sura al-Ḥujurāt (49), versetto 10.
[64]. Corano: Sura al-Mumtaḥanah (60), versetto 7; Sura Fuṣṣilat (41), versetto 34.
[65]. Corano: Sura al-Ḥujurāt (49), versetto 12.
[66]. Amālī di al-Shaykh al-Ṣadūq, majlis 50, p. 304.
[67]. Al-Kāfī, vol. 2, p. 361.
[68]. Corano: Sura al-Qaṣaṣ (28), versetto 83.
[69]. Jāmiʿ al-Saʿādāt, vol. 2, p. 270.
[70]. Al-Kāfī, vol. 2, p. 306.
[71]. Corano: Sura al-Baqara (2), versetto 213.
[72]. Corano: Sura al-Raʿd (13), versetto 11.
[73]. Corano: Sura al-Rūm (30), versetto 21.
[74]. Corano: Sura al-Rūm (30), versetto 21.
[75]. Jāmiʿ al-Akhbār, vol. 1, p. 101.
[76]. Bihār al-Anwār, vol. 103, p. 222.
[77]. «Rakʿatāni yuṣallīhimā al-mutatazawwiju afḍalu min sabʿīna rakʿatan yuṣallīhā al-aʿzab» (Wasāʾil al-Shīʿa, vol. 20, p. 18).
[78]. «Al-mutazawwiju al-nāʾimu afḍalu ʿinda Allāhi mina al-ṣāʾimi al-qāʾimi al-ʿazab» (Mīzān al-Ḥikma, hadith 7812).
[79]. «Tazawwajū fa-inna al-tazwīja sunnatu Rasūl Allāh, fa-innahu kāna yaqūlu: man kāna yuḥibbu an yattabiʿa sunnatī fa-inna min sunnatī al-tazwīj» (Wasāʾil al-Shīʿa, vol. 14, p. 4).
[80]. «Al-nikāḥu sunnatī fa-man raghiba ʿan sunnatī fa-laysa minnī» (Mīzān al-Ḥikma, vol. 2, hadith 1178).
[81]. «Wa-ankihū al-ayāmā minkum wa al-ṣāliḥīna min ʿibādikum wa imāʾikum in yakūnū fuqaraʾa yughnihimu Allāhu min faḍlihi wa Allāhu wāsiʿun ʿalīm» (Corano: Sura al-Nūr (24), versetto 32).
[82]. Corano: Sura al-Baqara (2), versetto 256.
[83]. Corano: Sura al-Zumar (39), versetto 18.
[84]. Corano: Sura al-Insān (76), versetto 3.
[85]. Corano: Sura al-Raʿd (13), versetto 11.
[86]. Corano: Sura al-Shams (91), versetto 8.
[87]. Corano: Sura al-Nisāʾ (4), versetto 1.
[88]. Sermone dello Ḥajjat al-Widāʿ (Hajj dell’Addio) del Profeta dell’Islam (S).
[89]. Tuḥaf al-ʿUqūl, p. 34.
[90]. Corano: Sura al-Rūm (30), versetto 22.
[91]. Corano: Sura al-Ḥujurāt (49), versetto 13.
[92]. La civiltà degli Arabi, p. 464.
[93]. Bihār al-Anwār, vol. 41, p. 110, hadith 19.
[94]. Corano: Sura al-Nisāʾ (4), versetto 29.
[95]. Corano: Sura al-Aʿrāf (7), versetto 32.
[96]. Corano: Sura al-Aʿrāf (7), versetto 96.
[97]. Man Lā Yaḥḍuruhu al-Faqīh, vol. 3, p. 156. In un’altra narrazione si legge: «Agisci per la tua vita mondana come se vivessi in eterno (allusione alla solidità e alla durabilità nelle azioni); e agisci per la tua vita ultraterrena come se morissi domani (cioè con costante consapevolezza della morte in ogni momento)» — iʿmal li-dunyāka ka-annaka taʿīshu abadan wa-iʿmal li-ākhiratika ka-annaka tamūtu ghadan (Mustadrak al-Wasāʾil, vol. 1, p. 146).
[98]. Corano: Sura al-Naḥl (16), versetto 90.
[99]. Corano: Sura al-Māʾida (5), versetto 8.
[100]. Corano: Sura al-Isrāʾ (17), versetto 70.
[101]. Nahj al-Balāghah, Lettera 53, indirizzata a Mālik al-Ashtar al-Nakhaʿī. È inoltre molto utile consultare la Risālat al-Ḥuqūq dell’Imam Sajjād (S) in merito al rispetto dei diritti propri e altrui.
[102]. Bihār al-Anwār, vol. 103, p. 9.
[103]. Ibidem.
[104]. Jāmiʿ al-Saʿādāt, vol. 1, p. 152.
[105]. Bihār al-Anwār, vol. 103, p. 13.
[106]. Al-Tahdhīb, vol. 13, p. 56.
[107]. Corano: Sura al-Baqara (2), versetti 275–276.
[108]. Nahj al-Balāghah, Lettera 53, indirizzata a Mālik al-Ashtar al-Nakhaʿī. Testo originale arabo:
وَلْيَکُنْ نَظَرُکَ فِي عِمَارَةِ الاَرْضِ أَبْلَغَ مِنْ نَظَرِکَ فِي اسْتِجْلاَبِ الْخَرَاجِ، لاَنَّ ذَلِکَ لاَ يُدْرَکُ إِلاَّ بِالْعِمَارَةِ; وَمَنْ طَلَبَ الْخَرَاجَ بِغَيْرِ عِمَارَة أَخْرَبَ الْبِلاَدَ، وَأَهْلَکَ الْعِبَادَ، وَلَمْ يَسْتَقِمْ أَمْرُهُ إِلاَّ قَلِيلاً. فَإِنْ شَکَوْا ثِقَلاً أَوْ عِلَّةً، أَوِ انْقِطَاعَ شِرْب أَوْ بَالَّة، أَوْ إِحَالَةَ أَرْض اغْتَمَرَهَا غَرَقٌ، أَوْ أَجْحَفَ بِهَا عَطَشٌ، خَفَّفْتَ عَنْهُمْ بِمَا تَرْجُو أَنْ يَصْلُحَ بِهِ أَمْرُهُمْ; وَلاَ يَثْقُلَنَّ عَلَيْکَ شَيْءٌ خَفَّفْتَ بِهِ الْمَؤُونَةَ عَنْهُمْ، فَإِنَّهُ ذُخْرٌ يَعُودُونَ بِهِ عَلَيْکَ فِي عِمَارَةِ بِلاَدِکَ، وَتَزْيِينِ وِلاَيَتِکَ، مَعَ اسْتِجْلاَبِکَ حُسْنَ ثَنَائِهِمْ، وَتَبَجُّحِکَ بِاسْتِفَاضَةِ الْعَدْلِ فِيهِمْ، مُعْتَمِداً فَضْلَ قُوَّتِهِمْ، بِمَا ذَخَرْتَ عِنْدَهُمْ مِنْ إِجْمَامِکَ لَهُمْ، وَالثِّقَةَ مِنْهُمْ بِمَا عَوَّدْتَهُمْ مِنْ عَدْلِکَ عَلَيْهِمْ وَرِفْقِکَ بِهِمْ، فَرُبَّمَا حَدَثَ مِنَ الاُمُورِ مَا إِذَا عَوَّلْتَ فِيهِ عَلَيْهِمْ مِنْ بَعْدُ احْتَمَلُوهُ طَيِّبَةً أَنْفُسُهُمْ بِهِ؛ فَإِنَّ الْعُمْرَانَ مُحْتَمِلٌ مَا حَمَّلْتَهُ، وَإِنَّمَا يُؤْتَى خَرَابُ الاَرْضِ مِنْ إِعْوَازِ أَهْلِهَا، وَإِنَّمَا يُعْوِزُ أَهْلُهَا لاِشْرَافِ أَنْفُسِ الْوُلاَةِ عَلَى الْجَمْعِ، وَسُوءِ ظَنِّهِمْ بِالْبَقَاءِ، وَقِلَّةِ انْتِفَاعِهِمْ بِالْعِبَر
[109]. Nahj al-Balāghah, sentenza 328.
[110]. Corano: Sura al-Anʿām (6), versetto 152.
[111]. Nahj al-Balāghah, lettera 53.
[112]. Corano: Sura al-Anʿām (6), versetto 141.
[113]. Corano: Sura al-Isrāʾ (17), versetti 26–27.
[114]. Nahj al-Balāghah, lettera 47.
[115]. Nahj al-Balāghah, Lettera 41. Testo originale arabo:
فاني کنت اشرکتک في امانتي، و جعلتک شعاري و بطانتي... فلما رايت الزمان علي ابن عمک قد کلب و العدو قد حرب.... ففارقته مع المفارقين، و خذلته مع الخاذلين، و خنته مع الخائنين... والله لو ان الحسن و الحسين فعلا مثل الذي فعلت ما کانت لهما عندي هوادة، و لا ظفرا مني بإرادة، حتی آخذ الحق منهما، و ازيح الباطل عن مظلمتهما
Allo stesso modo, si narra che la figlia dell’Imam Ali (A) prese in prestito una collana da Ibn Abī Rāfiʿ, tesoriere del Bayt al-Māl sotto il governo dell’Imam Ali (A), con l’intenzione di restituirla dopo tre giorni. L’Imam convocò il tesoriere e gli disse: «Come hai potuto fare una cosa simile senza il mio permesso e quello dei musulmani?! Le donne dei Muhājirūn e degli Anṣār si adornano forse con simili gioielli nei giorni di festa?!» Ibn Abī Rāfiʿ dice: «Io la ripresi dalla figlia di Ali (S) e la rimisi al suo posto.» Allo stesso modo, quando suo fratello ʿAqīl gli chiese più di quanto gli spettasse dal tesoro pubblico, l’Imam Ali (A) lo rimproverò con tale fermezza da lasciare un monito per tutti. (Ṭabarī, vol. 3, p. 90; Bihār al-Anwār, vol. 41, p. 210)
[116]. Corano: Sura al-Ḥajj (22), versetto 39.
[117]. Nahj al-Faṣāḥah, hadith 834; Kanz al-ʿUmmāl, hadith 5575.
A cura di Mostafa Milani Amin

Il tuo commento